Foto di Nicola Garofano
“Non potete capire la mia emozione…” Michele Placido entra così, senza maschere. E già lì capisci tutto: non sarà una recita, sarà una confessione. Il recital Serata d’onore per Napoli si muove su un equilibrio fragile e potentissimo: parola e musica, memoria e presente, sacro e popolare. Un triangolo vivo insieme a Gianluigi Esposito (voce) e Antonio Saturno (chitarra), che non accompagnano, sostengono, respirano, dialogano. E poi c’è lui, Placido. Quando attraversa i versi di Salvatore Di Giacomo o Eduardo De Filippo, Placido non si limita a rispettarli: li sporca, li rompe, li rende vivi. C’è una verità ruvida nella sua voce, qualcosa che sa di strada, di padre, di infanzia rattoppata.
Quando racconta: “Papà ci portava a Napoli… a sentire Eduardo…” non è nostalgia. È radice. È identità che si fa teatro. E quando arriva a Eugenio Montale, “Ho sceso, dandoti il braccio…”, il registro cambia. Si incrina. Lì Placido non interpreta: cede. E il pubblico cade con lui.
Se Placido è il cuore, Esposito e Saturno sono il battito. Brani come Napule ca se ne va, Era de Maggio, Reginella, fino alla travolgente Tammurriata nera, non sono mai esibizione. Sono narrazione parallela. Gianluigi Esposito ha una voce che accarezza e poi graffia, mentre Antonio Saturno costruisce atmosfere con una chitarra che sembra conoscere ogni vicolo di Napoli. E quando il pubblico viene invitato a cantare, non è un momento “da villaggio turistico”: è comunità. È teatro che si scioglie e diventa piazza.
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L’ingresso di Tommaso Bianco aggiunge profondità e contrasto. La sua apertura con Lassamme fa’ a Dio è una carezza feroce: Napoli vista dagli occhi di Dio, tra bellezza e miseria. Un pugno poetico. E il duetto finale su Eduardo: “Io vulesse truvà pace”, è un momento sospeso. Due attori, una città, un desiderio impossibile: la pace.
“A volte ho timore… bisogna aver coraggio e rischiare…” Placido lo dice e lo fa. Mescola Pablo Neruda con Gabriele D’Annunzio, Trilussa con la canzone napoletana, senza chiedere permesso. È un caos controllato, una drammaturgia emotiva più che logica. E funziona. Perché Napoli non è lineare. È stratificata, contraddittoria, viva.
E arriva il finale. Tammurriata nera esplode come un rito pagano. “Come un coro di tragedia greca…” dice Placido. E ha ragione. Il pubblico canta, batte le mani, si lascia andare. Non c’è più distinzione tra palco e platea. È teatro che ritorna alla sua origine: comunità, rito, bisogno.
Placido non fa uno spettacolo perfetto. Fa qualcosa di più raro: uno spettacolo vero. Con qualche sbavatura, sì. Con digressioni, anche. Ma chi se ne frega della perfezione quando hai davanti un attore che si mette a nudo, che rischia, che ama? Questa Serata d’onore per Napoli è un atto d’amore imperfetto e necessario. E Napoli, ieri sera, non era solo una città. Era una voce. E quella voce, per due ore, ha avuto il timbro caldo e spezzato di Michele Placido.