C’è un filo che parte da una ragazzina di quindici anni con una passione viscerale per la musica e arriva, senza spezzarsi mai, fino a una donna che oggi canta, scrive, produce e si racconta senza filtri. È il filo ostinato e popolare di Nancy Coppola, voce nata nei vicoli e cresciuta tra piazze, serenate e palchi sold out, capace di trasformare la gavetta in identità e la fragilità in racconto.
Dal primo album 21 luglio, che nel 2004 la consegna immediatamente al suo pubblico, fino a Metamorfosi, progetto che rilegge i suoi successi con uno sguardo nuovo, Nancy Coppola costruisce una carriera coerente e viscerale, dove il confine tra vita e musica praticamente non esiste. Dentro ci sono le storie degli altri, le ragazze madri, le amicizie, la comunità LGBTQIA+, e la sua, fatta di sacrifici, porte chiuse e una determinazione che non ha mai chiesto permesso. Nelle sue risposte emerge una figura artistica che non cerca più legittimazioni, ma verità. Una donna che rivendica le proprie radici, difende il mondo neomelodico dagli stereotipi e sceglie, ogni giorno, di restare “del popolo”, senza costruire distanze. Perché, come lascia intendere tra le righe, il successo non è salire: è restare riconoscibili mentre tutto cambia.
Hai scoperto la musica a soli 15 anni ascoltando Gigi Finizio. Se oggi potessi parlare con quella ragazza, cosa le diresti? E soprattutto: cosa hai custodito di lei fino ad oggi?
«È stato un percorso lungo e pieno di sacrifici. A quella ragazza direi di continuare a essere forte, proprio come lo è stata. Sono orgogliosa di lei, di ciò che è diventata, nonostante le tante porte chiuse e i numerosi “no” ricevuti in passato. È grazie a quella determinazione se oggi riesco a ottenere dei risultati. Le direi di camminare sempre a testa alta, senza mai scendere a compromessi. Se oggi sono qui, è perché non ho mai smesso di credere in me stessa. Guardando invece alla donna che sono oggi, posso dire di essere sempre stata una persona determinata. Ho sempre guardato avanti, senza dimenticare da dove vengo. Sono proprio le origini che ti insegnano il valore della vita: anche ciò che costruisci con fatica, passo dopo passo, assume un valore enorme. Quello che riesci a ottenere da sola diventa qualcosa di unico, perché è il frutto dei tuoi sacrifici e del tuo talento. Certo, serve anche un pizzico di fortuna, questo è innegabile. Ma sono convinta che, se credi davvero in ciò che fai e continui a guardare avanti senza voltarti indietro, prima o poi raggiungi il tuo obiettivo.Io, sinceramente, ho impiegato relativamente poco tempo per arrivarci. Sono stata anche molto fortunata fin dal primo album».
Il tuo primo album, “21 luglio”, infatti, ti ha portato subito a contatto diretto con il pubblico: piazze, cerimonie, serenate…
«Sì, ho inciso il mio primo album a 18 anni, nel 2004. Fin da subito il pubblico ha percepito le mie emozioni, ciò che volevo trasmettere, e mi ha accolta nelle proprie case. Per quanto riguarda la visibilità e il successo dei miei brani, non ho mai avuto particolari difficoltà: sia con gli album completi sia con i singoli, la risposta è stata immediata. Naturalmente, nel corso degli anni, sono ormai 22 anni che faccio questo lavoro, ci sono state canzoni che hanno ottenuto meno riscontro rispetto ad altre, ed è assolutamente normale. La vita non è un percorso sempre in salita: per capire davvero quale strada intraprendere, bisogna anche cadere, imparare a farlo e, soprattutto, sapersi rialzare».
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Con Guerra ’e core hai iniziato anche a scrivere i tuoi brani, tirando fuori una parte più intima e autoriale. C’è una canzone che ti ha fatto più paura scrivere perché troppo personale?
«Ho iniziato a scrivere brani personali con il mio secondo disco, Guerra ’e core. Quando ho inciso il primo album avevo 18 anni: ero una ragazzina che stava ancora cercando di capire tante cose. Avevo una grande passione per la musica, ma non immaginavo che incidere un disco potesse diventare qualcosa di così importante, al punto da trasformare quella passione in un lavoro. Dopo il primo riscontro positivo, quando ho visto che il pubblico mi aveva accolta fin da subito, è venuta fuori la mia vera indole. Ho scoperto passioni e capacità che avevo tenuto nascoste, e ho iniziato a esternare i miei sentimenti, osservando anche ciò che mi circondava: le storie delle amiche, i racconti delle prime fan, con cui ho sempre avuto un rapporto diretto. Da lì ho iniziato a scrivere canzoni ispirate anche alle loro vite, non necessariamente alla mia. Ho affrontato anche temi sociali, come in Ragazza madre, nata dalla storia di una mia fan. Ho conosciuto quella giovane ragazza e la sua bambina, che ascoltava le mie canzoni, e le avevo promesso di dedicarle un brano. Quel pezzo ha avuto un grande successo, con riscontri importanti anche sui social. Per quanto riguarda la paura di espormi, sì, c’è stata. In particolare quando ho scritto Vivi la tua vita, dedicata a una mia amica trans. In quel caso sono stata molto attenta, quasi timorosa, perché sentivo la responsabilità di usare le parole giuste. Per raccontare certe storie serve grande sensibilità. Con quella canzone sono entrata nel cuore della comunità LGBTQIA+, partecipando a tanti Pride e a numerosi eventi, anche come madrina».
Un plauso per te, non solo affronti certe tematiche, ma le approfondisci anche per non sbagliare. Perché, soprattutto nel mondo LGBTQ+, anche il linguaggio è fondamentale: dire “una trans” invece di “un trans”, ad esempio, fa già la differenza.
«Per me è naturale. Io utilizzo il femminile, perché nel momento in cui vedo una persona che si presenta con un’identità femminile, per me è una donna trans. Non mi viene nemmeno da pensarci: è spontaneo. Su questo ho avuto anche discussioni con persone intorno a me, perché purtroppo c’è ancora molta ignoranza. C’è ancora chi si ostina a dire “quello è trans”, e a me questa cosa dà fastidio. Non è “quello”: se tu vedi una persona con sembianze femminili, che si identifica così, devi rispettarla. Anche se non vuoi usare il termine “donna”, almeno riconoscila per quello che è: una donna trans. Mi è capitato tante volte che qualcuno mi dicesse: “Ti ricordi di Salvatore?”. E io mi arrabbiavo tantissimo. Perché già in quel modo stai mancando di rispetto, stai discriminando. Tu magari l’hai conosciuta con quel nome, ma oggi quella persona è un’altra: si chiama Sara, ha scelto un’identità precisa, e va rispettata. E poi, soprattutto, non devi dirlo a me in quel modo, sapendo che sono sua amica. È normale che io prenda le sue parti, che la difenda: le voglio bene, e questo per me è automatico. Ma vale anche con chi non conosco. Anche davanti a persone estranee, se vedo qualcuno che ride, che prende in giro, che discrimina, io non riesco a restare zitta: vado proprio in tilt. Perché non è giusto. Non lo è mai».
In alcuni tuoi brani hai affrontato temi sociali forti, come appunto la storia di un’amica trans, la figura della ragazza madre fino ad arrivare al femminicidio. Secondo te queste canzoni possono davvero influenzare il pensiero delle persone, cambiarne in qualche modo la direzione?
«Purtroppo viviamo ancora in un mondo pieno di ignoranza, e cambiare la mentalità di una persona chiusa, ottusa, perché di questo si tratta, è davvero difficile. Io nella mia vita ho incontrato tante persone così: puoi combattere, insistere, spiegare, ma a un certo punto ti rendi conto che stai parlando a un muro, e allora molli la presa. Per questo penso che, alla fine, ognuno si salva da sé. Io però ho combattuto per anni. Ho fatto esperienze a livello nazionale, soprattutto dopo la mia partecipazione a L'Isola dei Famosi, e lì mi sono ritrovata spesso a dover difendere non solo me stessa, ma un intero mondo. Essendo la ‘neomelodica’, la cantante napoletana, venivo automaticamente associata a certi stereotipi: la camorra, i contesti sbagliati… cose che non mi appartengono. Durante le trasmissioni affrontavo queste discussioni senza paura. Intervenivo, dicevo la mia, cercavo di far capire che non si può fare di tutta l’erba un fascio. Ci sono artisti che fanno delle scelte discutibili, è vero, ma ce ne sono tanti altri che non hanno nulla a che vedere con quel mondo. Io mi sentivo in dovere di difenderli, perché non è giusto buttare via anni di sacrifici, di lavoro, di passione, solo per un pregiudizio. La musica neomelodica non è solo quello che vogliono far credere: racconta storie d’amore, di famiglia, di perdita, di amicizia. Sono storie vere, che arrivano alla gente, che toccano il cuore. Perché allora associare tutto alla criminalità? Non è così. Non lo è. Però, lo ammetto, a un certo punto ti stanchi. Dici: “Basta, non ce la faccio più”. Perché per molti, soprattutto al Nord, resteremo sempre etichettati in quel modo. E allora penso: credete quello che volete. Il buono, alla fine, si salva da solo».
A questo proposito, che cosa pensi della vittoria di Sal Da Vinci, accompagnata anche da numerose polemiche?
«Penso che per lui sia stata una grandissima soddisfazione, ma anche una rivincita per tutti noi artisti napoletani e partenopei. Era da anni che non vinceva un cantante napoletano, quindi per me è motivo di grande orgoglio. E poi, sinceramente, chi se ne frega delle polemiche. Anzi, ben vengano. Perché, volenti o nolenti, le polemiche fanno parlare, tengono viva l’attenzione, alimentano il successo. Se non ci fossero state, forse quella canzone sarebbe durata giusto il tempo del Festival, e poi sarebbe finita nel dimenticatoio. Invece, oggi, se ne parla ancora. Anche chi critica, alla fine, contribuisce a far girare il nome di Sal Da Vinci, a tenerlo sulla bocca di tutti. E poi diciamolo: noi del Sud abbiamo questa cosa nel sangue. Ci piace vivere tutto con intensità, esagerare, abbondare. Siamo fatti così. E forse è proprio questo che, nel bene e nel male, ci rende impossibili da ignorare».

Hai festeggiato sia i 10 che i 20 anni di carriera con concerti sold out al Palapartenope, consegnando personalmente i biglietti ai fan. È un gesto raro oggi: è gratitudine o bisogno di restare con i piedi per terra?
«Sono sempre stata una persona del popolo. Ho iniziato che non avevo nulla, facevo davvero fatica a sostenermi. Ai miei tempi non navigavamo nell’oro, quindi ho costruito tutto passo dopo passo. Quando è arrivato il primo grande riscontro da parte della gente, sono rimasta quella di sempre: una cantante molto popolare, nel senso più vero del termine. Cantavo nelle piazze, facevo serenate, mi esibivo nei parchi, nelle palazzine. Era un contatto diretto, autentico. Oggi, dopo 22 anni di carriera, mi ritrovo a cantare in contesti anche diversi, ma sempre umili: feste di laurea, eventi con professionisti, avvocati, dottori. Il mio pubblico si è ampliato tantissimo, ed è una cosa che mi rende profondamente grata alla vita. Ma questo è anche il risultato di come sono rimasta io: una ragazza semplice, della porta accanto. Ho sempre cercato di essere disponibile, di dare consigli, di avere un rapporto umano con tutti. Anche per quanto riguarda il mio cachet, credo di essere tra le poche che mantiene ancora cifre accessibili, quasi “umili”. Questo perché so cosa significa desiderare qualcosa e non poterselo permettere. Ricordo che, quando feci la prima comunione, avrei voluto avere il mio cantante preferito, ma i miei genitori non potevano permetterselo. E quella cosa mi è rimasta dentro. Oggi penso che anche un operaio, una persona comune, debba avere la possibilità di chiamare Nancy Coppola per un evento, senza che diventi qualcosa di irraggiungibile. Al di là della carriera, delle esperienze nazionali, delle cose importanti che ho fatto, io voglio continuare a lavorare, sì, ma restando accessibile. Perché alla fine è il pubblico che ti sceglie, ed è a loro che devo tutto».
Parliamo del nuovo album Metamorfosi, che già dal titolo richiama un cambiamento profondo. Hai parlato di un bruco che diventa farfalla: cosa è cambiato nella tua vita personale e professionale per arrivare a questa trasformazione?
«Sicuramente il cambiamento più grande riguarda anche l’aspetto economico. Come ti dicevo, vengo da una situazione molto difficile: da ragazza facevo fatica a mantenermi, anche nelle cose più semplici, la scuola, i vestiti, le piccole spese quotidiane. Sono stati anni complicati. Oggi, dopo 22 anni di carriera, posso dire di essere una donna appagata. Una donna che non si fa mancare nulla, che si concede anche qualche sfizio, perché so quanto lavoro c’è dietro e so che me lo merito. Ogni cosa che ho, me la sono sudata. Poi c’è la mia vita privata: ho due figli e sono in attesa della terza. E questo cambia tutto. Quando ero piccola desideravo tante cose che non potevo avere, e forse, da madre, tendo a compensare quella mancanza. So che bisognerebbe insegnare anche il valore del limite, del “non si può”, e magari a volte sbaglio. Però, avendo vissuto certe difficoltà, oggi cerco di non far mancare nulla ai miei figli. Anche nei gesti più piccoli. Essendo una mamma molto impegnata, spesso sono fuori per lavoro. E allora, quando torno a casa, cerco sempre di portar loro qualcosa: un pensiero, un dolce, anche solo dei bomboloni. Non torno mai a mani vuote. È il mio modo per colmare un’assenza, per vedere il loro sorriso. In fondo, è come se cercassi di dare a loro quello che io non ho avuto da bambina».
Come hai scelto i brani di questo album, considerando che non si tratta di inediti ma di riletture? Sono otto i pezzi selezionati: qual è stato il criterio?
«Sono otto brani che appartengono ai miei primi dieci anni di carriera, quindi parliamo del periodo che va dal 2004 al 2014. Sono canzoni che mi hanno portata al successo in quegli anni e che, in qualche modo, mi hanno permesso di arrivare dove sono oggi. Nel corso di questi 22 anni ho inciso tantissimi brani, tra album e singoli, e col tempo alcuni pezzi più “vecchi” li avevo un po’ accantonati, anche se erano stati dei grandi successi. A un certo punto ho sentito il bisogno di recuperarli e di renderli più attuali, più in linea con il presente. Gli arrangiamenti di vent’anni fa, così come i video, appartenevano a un’altra epoca, a un’altra qualità, ed è normale: con il tempo tutto evolve, migliora, si aggiorna. Così ho deciso di riportare quei brani nel mio mondo di oggi. Anche perché oggi mi trovo davanti a un pubblico diverso: lavoro con ragazze giovanissime che vent’anni fa non c’erano. Ho cantato ai matrimoni delle loro mamme, ho accompagnato intere generazioni, e oggi mi ritrovo davanti le figlie. E magari loro quei pezzi non li conoscono. Allora mi sono detta: sono canzoni ancora attuali, soprattutto nei testi, capaci ancora di insegnare qualcosa, di trasmettere emozioni. Perché non farle conoscere anche a loro? Così ho scelto questi otto brani, alcuni dei quali scritti proprio da me, e li ho rimessi “in piazza”, dando loro una nuova vita. Ho realizzato anche otto nuovi video. Metamorfosi nasce proprio da questo: da un passaggio. In quei brani ero una ragazza, quasi un “bruco” in trasformazione; oggi li canto con una consapevolezza diversa, con più forza, più verità. Oggi li canto da “farfalla”. E poi c’è anche un aspetto pratico: non sono inediti di cui non conosci la risposta del pubblico. Sono canzoni che hanno già avuto un riscontro forte, e quando le ripropongo, vedo ancora oggi la reazione della gente. Le ragazze di allora, oggi donne e mamme, rivivono quei momenti, tornano indietro nel tempo. E a volte è bellissimo farlo: ritrovare ricordi, emozioni, anche dolori, perché tutto quello che abbiamo vissuto ci ha portato fin qui. E, in fondo, ci ha fatto crescere».

Nei video appari ancora più consapevole, come una grande diva. Come nascono questi progetti? C’è una regia unica dietro questo immaginario?
«Sì, lavoro da oltre dieci anni con lo stesso regista, Gianluca Allotta. Tra noi c’è un rapporto molto forte, non solo professionale ma anche umano: è come un fratello. C’è grande sintonia, ci capiamo al volo. Di solito ci sediamo davanti a un caffè e sviluppiamo insieme tutte le idee. Io sono una persona che ama guardare oltre, cerco sempre di inventare qualcosa di nuovo, di non ripetermi mai. E, fortunatamente, in questi 22 anni sono spesso riuscita a essere anche una fonte di ispirazione nel mio ambiente. All’inizio, però, non è stato tutto facile. Anche nel mio mondo esistono pregiudizi. Quando ho iniziato a consegnare personalmente i biglietti a casa, molti dicevano che fosse un gesto poco artistico, quasi sbagliato. Poi, quando hanno visto il risultato, il sold out al Palapartenope con 5.000 persone, tutto è cambiato. Dopo quel successo, molti hanno iniziato a fare lo stesso. E lì è arrivata la soddisfazione più grande: prima criticata, poi imitata. Nel mio percorso ho fatto anche altro: ho autoprodotto un film, Il mio uomo perfetto, che è rimasto per più di un mese nelle sale cinematografiche italiane, nei multisala, con un cast importante. Ho vissuto esperienze significative, anche grazie alla partecipazione a L'Isola dei Famosi, che è stato un trampolino a livello nazionale. Ma tutte queste esperienze, invece di allontanarmi dalla realtà, mi hanno aiutata a restare con i piedi per terra. Perché sono convinta che il pubblico napoletano ami vedere il proprio artista crescere, arrivare lontano, ma senza perdere la propria identità. Se inizi a sembrare distante, superiore, ti allontanano. Ed è giusto così: farei lo stesso anch’io. Se vedessi un artista diventare snob, perdere il contatto con la gente, cambierei sguardo. Invece quando vedi artisti come Geolier o Sal Da Vinci, che restano umili, disponibili, vicini al pubblico, allora sì che nasce l’orgoglio. E il popolo, in quel caso, ti prende e ti porta in alto».
Tra i collaboratori di questo album troviamo artisti come Moderap, Joka Diablo e Rebox, nomi legati al mondo urban e rap. Come si è conciliato il tuo mondo della canzone napoletana con questi suoni così contemporanei?
«Oggi il rap è il linguaggio dominante, soprattutto tra i giovani. Tutto è nato in modo molto naturale, grazie a mio figlio, che ha quasi 15 anni e ascolta principalmente questo genere. Io, inizialmente, non lo seguivo molto. Non perché non mi piacesse, ma perché facevo fatica a comprenderlo: i testi sono spesso molto veloci, e mi capitava di dover ascoltare una canzone anche tre volte per afferrarne davvero il senso. Poi ho capito che quella è la realtà di oggi. La musica è cambiata, e i giovani hanno un ruolo centrale nel definirla. E siccome questo progetto nasce proprio con l’idea di essere un disco “2.0”, cioè di portare la mia realtà di ieri dentro quella di oggi, mi è sembrato naturale aprirmi a queste contaminazioni. Ho voluto collaborare con artisti napoletani emergenti, rapper molto talentuosi, che hanno una scrittura forte, diretta, contemporanea. Ho sentito il bisogno di creare un ponte tra il mio mondo e il loro. In alcuni casi, come per Rebox e Papà Max, li ho scoperti per caso su TikTok. Mi hanno colpita subito, e mi sono detta: perché non dare spazio a questi ragazzi? Spesso hanno talento, ma non le opportunità giuste per emergere. Io sono fatta così: mi sento molto vicina alla gente, e cerco, nel mio piccolo, di dare possibilità anche agli altri. Per me è una cosa naturale».
Sei molto generosa…
«Sì, lo sono. E in parte nasce anche dalle delusioni che ho vissuto. Io sono cresciuta artisticamente ascoltando Gigi Finizio, che è sempre stato un punto di riferimento per me. Però, negli anni, ho avuto diverse delusioni da parte sua. Pensavo fosse diverso. Non perché mi aspettassi qualcosa a livello professionale, io ho sempre costruito tutto da sola, senza l’aiuto di nessuno, ma almeno un riconoscimento umano, un gesto semplice. Anche solo un caffè, una parola. Per anni ho parlato di lui, ho detto che sono diventata artista anche grazie alle sue canzoni. Ho provato a creare un contatto, a partecipare a qualche suo evento, persino al mio concerto al Palapartenope avevamo chiesto la sua presenza per cantare un suo brano, Scusa, ma la richiesta è stata rifiutata. Gli ho scritto anche sui social, ma raramente ho ricevuto risposta. A un certo punto ho capito che non c’era interesse, da parte sua, a costruire un rapporto, nemmeno umano. E questa cosa mi ha delusa. Proprio per questo oggi cerco di comportarmi all’opposto. Con chi ama la mia musica, con chi mi segue, con chi si emoziona ascoltandomi, io ci sono. Cerco di essere presente, disponibile. Tutte le porte che ho trovato chiuse, io provo ad aprirle agli altri. Tutti i “no” che ho ricevuto li trasformo in opportunità per chi viene dopo. Perché alla fine io sono diventata quella che sono grazie alla gente. Già il fatto che qualcuno mi riconosca per strada, per me è qualcosa di enorme. Significa che ho lasciato un segno, che ho emozionato. E quando riesci a emozionare qualcuno, hai già vinto».
Sei una persona molto generosa, con un grande cuore. Ma questa apertura verso gli altri, a volte, espone anche a delle delusioni, come quella che hai raccontato. Oggi, senti ancora di avere qualcosa da dimostrare, oppure ti senti finalmente libera di raccontarti, semplicemente, attraverso la musica? Dopo 22 anni di carriera, forse non devi più dimostrare nulla…
«Da dimostrare? No. Ormai il pubblico mi conosce: conosce il mio carattere, le mie doti vocali, il mio percorso come autrice, e anche come attrice, perché mi ha vista sia a teatro sia al cinema. Chi mi segue da anni sa chi sono. Però la vita è lunga, e io mi sento ancora giovane: ho quasi 40 anni, li compirò tra qualche mese. E questo significa che ho ancora tanto da vivere, da provare, da raccontare. È chiaro che con il tempo si cambia. Le esperienze ti trasformano, ti fanno vedere le cose in modo diverso. Magari prima avevi un certo tipo di pensiero, poi la vita ti porta altrove, ti fa crescere, e di conseguenza cambia anche il modo in cui ti racconti. Oggi non sento il bisogno di dimostrare qualcosa. Sento piuttosto il bisogno di essere sincera, di parlare delle mie emozioni, di raccontare quello che vivo nel presente. Perché so che ci sono tante persone che si ritrovano in quello che dico, che vivono situazioni simili alle mie. E quando succede questo, quando qualcuno si riconosce in te, significa che stai facendo qualcosa di vero».

Prima hai citato tuo figlio Vincenzo, che è già apparso al tuo fianco nella canzone “Mamma cantante”. Lo vedi come un possibile erede artistico? E come riesci a conciliare il ruolo di madre con quello di artista?
«Vincenzo ha 14 anni. Da piccolo era molto più coinvolto, gli piaceva stare davanti alla telecamera, partecipare, vivere questo mondo insieme a me. Crescendo, però, è entrato nell’adolescenza, e lì cambiano tante cose. Oggi è in una fase più delicata: iniziano le insicurezze, le prime preoccupazioni, anche legate all’aspetto fisico, ai piccoli difetti. Non ama più farsi riprendere, non vuole essere fotografato come prima. Ha bisogno dei suoi tempi, dei suoi spazi. E io questo lo rispetto. Io faccio il mio percorso, i miei figli faranno il loro. Se un domani vorrà seguire la mia strada, sarà una scelta sua, e io sarò al suo fianco, sempre. Lo stesso vale per mia figlia Giulia, che oggi ha 7 anni. Lei, al momento, è entusiasta: dice che vuole cantare, ballare, fare la mia corista, diventare una cantante. Ma sono sogni da bambina, ed è giusto che siano così. Poi crescendo cambierà idea, scoprirà altro, farà il suo percorso. Io, come madre, credo che il mio compito sia quello di lasciarli crescere serenamente. Oggi devono essere bambini, devono studiare, fare esperienze. Poi, qualsiasi strada sceglieranno, la mamma sarà sempre accanto a loro».