Un dibattito pubblico, ma anche un momento di chiarimento collettivo in un clima sempre più rumoroso e polarizzato. Al Cardinal Cafè & Champagne di Boscotrecase, su iniziativa di Lello Caiazzo, si è svolto l’incontro “Cittadini per il NO”, un confronto diretto in vista del referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Ospite principale, il dott. Giuliano Schioppi, pubblico ministero presso il Tribunale di Torre Annunziata, chiamato a fare chiarezza su una riforma tanto tecnica quanto divisiva.
Il voto riguarda una riforma costituzionale che interviene sull’assetto della magistratura: separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, creazione di due Consigli Superiori distinti, introduzione del sorteggio per i membri degli organi di autogoverno e istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare. Non si tratta di scegliere tra più opzioni: o si conferma l’intero impianto (SÌ), oppure lo si respinge mantenendo l’attuale sistema (NO). Nessun quorum, nessuna via di mezzo. Una scelta netta, quasi brutale nella sua semplicità.
Il cuore dell’incontro è stato l’intervento del pm Schioppi, lungo, articolato, a tratti quasi didattico. Ma soprattutto politico nel senso più alto del termine: quello che riguarda la polis, la struttura dello Stato. Per spiegare la portata della riforma, Schioppi ha usato una metafora potente, ma anche semplice: «Parlamento, Governo e Magistratura, poi c'è il Presidente della Repubblica ma è super partes, sono come i piedi di uno sgabello. Se ne modifichi uno, cambia tutto l’equilibrio». Una frase che pesa. Perché sposta il discorso dal tecnicismo giuridico alla visione complessiva: non si parla solo di magistrati, ma di architettura democratica. Secondo il magistrato, il rischio non è immediato ma prospettico: «Se si realizza l’intero disegno costituzionale, tra dieci anni non avremo più l’equilibrio che conosciamo oggi. Non dico se sarà migliore o peggiore, ma sarà sicuramente diverso».
Tra i punti centrali, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Un passaggio che invita alla prudenza: la riforma non è un intervento tecnico, ma una trasformazione strutturale dell’architettura dello Stato. Uno dei punti più contestati della riforma smontato con dati alla mano. La separazione delle carriere, cavallo di battaglia dei sostenitori del SÌ, secondo Schioppi risponde a un problema inesistente. «Si dice che esiste una contiguità tra pm e giudici. Ma i dati raccontano altro: nel 2024 i passaggi di funzione sono stati 42, meno dello 0,5%. Dal 2022 sono ulteriormente limitati a una sola volta nella vita». Non solo. Il sistema attuale prevede già limiti stringenti: idoneità, valutazioni professionali e obbligo di cambiare distretto. «Non è una pratica diffusa, né un problema strutturale», sottolinea. E aggiunge un punto cruciale: «Non è mai stato provato un solo caso in cui una decisione giudiziaria sia stata influenzata dalla vicinanza tra pubblico ministero e giudice».
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Per Schioppi, dunque, la riforma interviene su un presupposto non dimostrato, rischiando di alterare un equilibrio senza una reale necessità.
Altro nodo affrontato è quello del principio accusatorio. «Il giusto processo è già pienamente attuato», chiarisce il pm, richiamando l’articolo 111 della Costituzione: «La prova si forma nel contraddittorio tra le parti. Accusa e difesa sono sullo stesso piano davanti al giudice». Un sistema che, secondo Schioppi, garantisce già la terzietà: «Il pubblico ministero ha l’obbligo di portare anche le prove a discarico. Se non reggono, non può procedere».
Durissimo anche il giudizio sul meccanismo del sorteggio per la nomina dei membri del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) e la nuova Alta Corte disciplinare. «È una novità assoluta nelle democrazie occidentali. Non esiste un sistema simile», afferma. E aggiunge: «Il sorteggio introduce una variabile incontrollabile. Non elimina le correnti, ma aumenta il peso della politica. L’Alta Corte rischia squilibri interni (con pochi pm rispetto agli altri componenti). Si crea una moltiplicazione degli organi che può generare confusione». E poi la stoccata più politica: «Non c’era bisogno di una riforma costituzionale. Bastava una legge ordinaria». Il sottotesto è chiaro: si è scelto lo strumento più forte per una modifica che, secondo lui, non lo richiedeva. Il magistrato evidenzia un problema numerico prima ancora che politico: «Su 15 componenti, solo 3 sono pubblici ministeri. Questo significa che chi giudica i magistrati non appartiene, nella maggioranza, alla funzione requirente». Un assetto che, a suo avviso, rischia di compromettere l’equilibrio interno: «Mi troverei giudicato in un rapporto di uno a cinque. La condanna sarebbe quasi matematica».
Un passaggio chiave, quasi controintuitivo: «Le ricadute peggiori non sono sui magistrati, ma sui cittadini». Il messaggio ribalta la narrazione comune. Non è una battaglia corporativa, ma una questione che riguarda direttamente chi vive la giustizia, oggi e soprattutto domani. E ancora: «Noi continueremo a lavorare. Ma saranno i cittadini a vedere gli effetti di un diverso equilibrio costituzionale».
Più che una rivoluzione costituzionale, per Schioppi servirebbero interventi mirati: «Il problema vero è la trasparenza nei processi decisionali. È il pane della democrazia». Critica anche il sistema dei magistrati “fuori ruolo”: «Nomine senza selezione meritocratica producono testi normativi di bassa qualità».
A chiudere l’incontro, l’intervento: acceso, diretto, senza filtri di Lello Caiazzo, promotore dell’iniziativa, che ha voluto riportare il dibattito su un piano più ampio, quasi simbolico, legato al valore della Costituzione italiana. «A giudizio di tanti – me compreso – la nostra è tra le Costituzioni più belle del mondo», ha affermato, richiamando il pensiero di Piero Calamandrei, che la definiva “non una carta, ma il testamento di centomila morti”, nata dalla Resistenza per restituire dignità e libertà al Paese.
Un passaggio che diventa subito monito: «La Costituzione non è immodificabile, è già stata cambiata più volte. Ma un conto è modificarla, un altro è stravolgerla – o violentarla – a colpi di maggioranza».
“Non votate per appartenenza”, Caiazzo entra poi nel cuore del clima politico che accompagna il referendum, criticando apertamente il voto “di bandiera”: «Votare Sì o No per fare dispetto a una parte politica significa mancare di rispetto alla Costituzione. A chi ragiona così, dico: meglio non andare a votare». E, con un tono ancora più diretto, si rivolge a chi si sente vincolato da logiche di partito: «Se avete un’idea, seguitela. “Futtetenne”. Le conseguenze politiche contano meno di un possibile strappo costituzionale». Per Caiazzo, infatti, il referendum non è una partita tra schieramenti, ma qualcosa di più alto: «Qui parliamo della Politica con la P maiuscola. Quella che stabilisce le regole del gioco e che non può essere trascinata nelle beghe quotidiane di una classe politica che, complessivamente, non sembra all’altezza di questo momento storico».
Entrando nel merito del quesito referendario, Caiazzo riconosce le criticità del sistema giudiziario, ma mette in dubbio la direzione della riforma: «La Magistratura è perfetta? No. È efficiente? No. Ma il punto è: questa riforma migliora le cose? La risposta è ancora no». Una posizione netta, che si traduce in una preoccupazione più ampia: «Rischiamo di avere una Magistratura più debole, più esposta alle pressioni e con maggiori limiti». Nel suo intervento, Caiazzo richiama alcuni dei momenti più difficili attraversati dal Paese: dalle stragi fasciste agli anni di piombo, dal terrorismo delle Brigate Rosse alle mafie, fino alle emergenze più recenti. «Abbiamo superato tutto questo restando un Paese democratico. E lo abbiamo fatto grazie alla Costituzione, alle forze dell’ordine e a una Magistratura guidata da equilibrio e indipendenza». Un passaggio che assume il valore di una domanda rivolta al futuro: «Questa riforma garantirà la stessa forza e lo stesso equilibrio nei momenti di crisi?». La risposta, per Caiazzo, è chiara: «No. E noi non possiamo permettercelo».
In chiusura, l’appello al voto assume un tono quasi civile, più che politico: «Abbiamo uno strumento semplice, alla portata di tutti: la matita. Con quella possiamo decidere il nostro futuro, ma soprattutto quello dei nostri figli». E conclude con un auspicio forte: «Spero che vinca il No con percentuali tali da non appartenere a nessuno. Perché la Costituzione non è di una parte: è di tutti».