Angelo Del Vecchio, anima di Notre Dame de Paris: il tour fa tappa a Eboli 

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Angelo Del Vecchio, anima di Notre Dame de Paris: il tour fa tappa a Eboli 

Foto Nicola Garofano

Notre Dame de Paris, l’opera popolare moderna più famosa al mondo, è tornata. E lo fa con prorompenza, con oltre 250.000 biglietti già venduti, il doppio rispetto alle previsioni di dicembre 2025, il tour italiano, partito il 26 febbraio, sta già scrivendo un’altra pagina di storia. Dopo il debutto al Teatro degli Arcimboldi, dove resterà fino al 29 marzo, lo spettacolo attraverserà l’Italia, facendo tappa anche al Palasele di Eboli dal 17 al 19 aprile 2026, due repliche nel weekend, pomeridiana e serale.
Un ritorno che sa di celebrazione: nel 2027 l’opera spegnerà 25 candeline, un quarto di secolo di musica, sudore e poesia. E di pubblico. Tanto pubblico.
Parliamo di numeri che fanno tremare i palchi: oltre 5.650 spettacoli, 18 milioni di spettatori, traduzioni in 9 lingue e rappresentazioni in 24 Paesi.
Dietro tutto questo, un racconto che continua a graffiare: l’amore impossibile tra Esmeralda e Quasimodo, la diversità che diventa condanna, il pregiudizio che pesa più delle pietre della cattedrale. Il tutto cucito addosso a una partitura potente, con l’adattamento italiano di Pasquale Panella sui testi originali di Luc Plamondon.
E poi c’è la storia nella storia: quella di David Zard, che nel 2002, non trovando un teatro adatto, fece costruire il GranTeatro di Roma. Una follia? Forse. Ma anche una rivoluzione.
Alla conferenza stampa campana tenutasi presso la Sala Pasolini di Salerno, tra i protagonisti più attesi c’era Angelo Del Vecchio, che interpreta Clopin. Campano, classe 1991, è l’unico artista ad aver interpretato Quasimodo e Clopin in tre lingue. Più di 1000 repliche, una carriera che ha attraversato continenti e culture. Eppure, quando parla del ritorno in Italia, la voce cambia. Diventa casa.
«Per me questo ritorno in Italia l'avevo atteso. Sto attraversando un periodo bellissimo dal punto di vista artistico e umano. Tornare a casa, tornare con Notre Dame de Paris, lo spettacolo che ha cambiato la mia vita, è una grande emozione. Tornare ad esibirmi davanti al pubblico italiano dà un'emozione in più. Io ho viaggiato, ho scoperto nuove culture anche tramite il pubblico, ma il calore che riesce a trasmetterti il pubblico italiano non lo trovo da nessuna parte. Il senso di appartenenza che abbiamo per questo spettacolo credo non esista in nessun altro luogo al mondo. Tornare ad esibirmi con vecchi colleghi, con gran parte del cast originale… io sono stato il primo fan e adesso mi ritrovo accanto a quelli che erano i miei idoli di adolescenza. È grandioso. È un lavoro di squadra eccezionale, e farlo con dei fuori classe per me è la gioia più grande».
Interpretare Quasimodo non è solo recitare. È resistere: «La componente fisica è stata la sfida principale, soprattutto all'inizio: applicare un tipo di canto già molto difficile a un lavoro fisico estremo, quasi da sportivo di alto livello. Ho dovuto sviluppare una nuova tecnica di respirazione, perché la posizione è completamente innaturale. Si canta piegati, ci si arrampica, si occupa uno spazio scenico enorme. È stata una palestra che mi ha forgiato tecnicamente. Per quanto riguarda quanto c’è di me, si parte sempre dalla propria esperienza. Il compositore vede delle potenzialità, ma il lavoro più grande è dell’interprete, che deve trovare la propria libertà dentro una struttura rigidissima. Cocciante parla di una “gabbia”: la partitura è quella, va rispettata, ma dentro quella gabbia possiamo esprimere la nostra personalità. Ed è lì che succede la magia».


Durante la conferenza abbiamo rivolto tre domande ad Angelo Del Vecchio.
Vorrei approfondire il tuo rapporto con Riccardo Cocciante: cosa ti ha insegnato, artisticamente e umanamente, che ancora oggi ti porti addosso come una seconda pelle?
«Inevitabilmente ci sarà sempre tanto di lui in quello che cerco di portare avanti artisticamente. Al di là poi dell’interpretare Notre Dame de Paris, se un domani ci sarà un proseguo nella mia carriera e mi staccherò magari dall’interpretare personaggi, sicuramente ci sarà sempre tanto di lui.
La prima volta che mi sono esibito davanti a un pubblico l’ho fatto con una canzone di Cocciante, Bella senz’anima, quindi è un punto fisso: la persona, l’artista che ha influenzato maggiormente il mio modo di vedere la musica e il canto».
Il musical oggi parla ancora al pubblico contemporaneo? Oppure senti che il messaggio di esclusione, diversità e amore impossibile è diventato ancora più urgente?
«La diversità per me è molto importante. Prendiamo Notre Dame de Paris e partiamo dal personaggio di Clopin, perché si affronta un tema come il razzismo. Clopin, nel secondo atto, grida letteralmente in una canzone bellissima che si chiama Condannati: nel ritornello urla “Come fare un mondo dove non c’è più l’escluso?”. Ecco, l’escluso. L’esclusione nasce da un rifiuto, da una diffidenza, da una paura, forse: la paura di ciò che è strano, estraneo e, in quel caso, straniero. Io vorrei invitare più alla curiosità che al pregiudizio: questo, alla fine, è il grido di Clopin, all’accoglienza più che al pregiudizio».
Un aneddoto particolare con Cocciante, qualcosa di curioso e divertente?
«Ce ne sarebbero un paio, ma il primo aneddoto è il primo incontro a Verona, la mia prima audizione per Giulietta e Romeo. Avevo 15 anni. Arrivo con mio padre, che mi accompagnava: c’erano un sacco di ragazzini, perché lui cercava proprio giovani per raccontare la storia in maniera naturale, per trovare giovanissimi talenti. Io, minorenne e accompagnato da mio padre, ero l’ultimo: su 1.200 candidati della giornata, ero proprio l’ultimo, perché dovevo tornare a Benevento di notte e avevo il treno. Arrivo, canto Il tempo delle cattedrali e lui era in fondo alla sala, nella penombra: vedevo appena una testa riccia. Mi dice: “Grazie, le faremo sapere”. Cominciano a spegnere le luci del teatro, tutti pronti per andarsene. Mentre metto la giacca, mi richiama una ragazza della produzione e mi dice: “Angelo, devi tornare”. Io penso: cosa è successo? Cosa ho dimenticato? Torno. Riccardo Cocciante è una persona molto seria e si lascia poco andare alle battute, mi dice: “Angelo, non ci sei piaciuto per niente… vogliamo risentirti cantare”. E quindi, da allora, mi ci è voluto un po’ per capire che stesse scherzando: il primo incontro con Cocciante è stato un bis».