Rita Pavone e il suo libro "Gemma e le altre": un viaggio nelle storie di donne forti e fragili. Intervista

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Rita Pavone e il suo libro "Gemma e le altre": un viaggio nelle storie di donne forti e fragili. Intervista

Gemma e le altre, Donne ferme, donne che camminano (La nave di Teseo) è il nuovo libro di Rita Pavone che prende spunto da un album del 1989 che, all'epoca, non ha ricevuto la giusta attenzione, ma che oggi si rivela straordinariamente attuale, affrontando con coraggio storie di donne forti e fragili, in tutte le loro sfumature.
Con Gemma e le altre, Rita non solo ripercorre il suo passato musicale, ma ci regala una riflessione intima sulla resilienza e sulla speranza, esplorando i temi dell'amore, anche quello lesbo, delle sfide quotidiane e della lotta per trovare sé stesse. È un libro che non racconta la sua storia personale, ma si fa voce di tutte quelle donne che lottano, si sacrificano, e alla fine trovano il coraggio di seguire la propria strada. 
Un’occasione speciale per rivivere insieme la musica di una carriera leggendaria e scoprire il lato più profondo di Rita Pavone, che si rivela ancora oggi una fonte di ispirazione e forza per milioni di persone.
Abbiamo intervistato Rita Pavone in occasione della presentazione del libro a La Feltrinelli di Napoli. 
Per rompere il ghiaccio, le chiedo di quel divanetto cui ha parlato nel libro colpevole di aver fermato la sua crescita. Cosa rappresenta per lei e perché lo ha mantenuto così a lungo?
«Sì, ho conservato quel divanetto, da molto tempo, che ricorda la mia infanzia. L’ho messo nella camera di mio figlio Giorgio. Lo guardo con affetto perché, in un certo senso, l’ho sempre visto come una sorta di barriera che mi impediva di crescere. Oltre al divanetto, ho anche conservato una vecchia radio con il giradischi, con la puntina di ferro. Quei due oggetti sono rimasti con me come simbolo dei miei ricordi. È bello ripensare a quei momenti della vita, all'infanzia e all'adolescenza, che ti riportano indietro nel tempo e ti fanno dire: “In fondo, la mia vita è stata bella”».
Ha sempre mostrato una grande forza e determinazione, sia nella sua carriera musicale sia nella sua vita…
«Sì, cerco di difendere me stessa come posso». 
…ed ha descritto però delle donne molto fragili e, soprattutto, sopraffatte. 
«In molte situazioni ho visto donne molto fragili, sopraffatte dalle circostanze. Viviamo in un'epoca in cui dovremmo avere più coraggio, eppure vedo molte donne che, pur odiando l'uomo che hanno accanto, lo tengono solo per mostrarlo agli altri come simbolo. Questo per me è un errore gravissimo. È brutto vivere una relazione solo per l’immagine di avere un uomo accanto».
Parliamo ora del libro e delle emozioni suscitate nel rivivere tutte quelle storie. Come ha vissuto questo processo?
«Sono rimasta incredula quando mi è stato detto che avevo scritto testi bellissimi e che dovevo creare dei personaggi. Ho scritto di me, perché mi conosco bene, ma l’idea di inventare personaggi per le canzoni del disco era inconcepibile, ma Elisabetta Sgarbi mi ha dato molta sicurezza, che è una figura di grande spessore, ho pensato: "Perché non provarci?". Quando ho visto il libro finito e l'ho letto, ho pensato: “Non è andata poi così male”. È stata una grande emozione».
Ho trovato il libro molto semplice, chiaro e conciso, un'opera che penso dovrebbero leggere anche gli uomini. Cosa ne pensa?
«Sì, anche Paolo Giordano su Il Giornale ha scritto che il libro è assolutamente da leggere, senza fronzoli. È un libro che arriva dritto al punto e fa riflettere. Le donne dovrebbero leggerlo, ma credo che anche gli uomini potrebbero trarne beneficio».

Foto di Valerio Faccini
Ha una carriera lunghissima, che dura dal 1962, con tante tappe significative. C'è una canzone che ancora oggi la rappresenta particolarmente?
«Sicuramente "Cuore" mi rappresenta molto, proprio come per Renato Zero "I migliori anni della nostra vita". Questa canzone è legata all'Italia. Mentre, ad esempio, in Brasile è "Datemi un martello". Ci sono delle canzoni che hanno un grande significato per me. Ci sono brani per i quali ho dovuto lottare, come "Finalmente libera" (1970), cui volevo dimostrare che non è l'altezza che fa l'artista, ma quello che ha dentro. Il mio rapporto con i discografici non è mai stato facile, ho sempre dovuto lottare per ottenere ciò che volevo».
Qualche anno fa, a Sanremo 2020, ha portato un bellissimo brano rock, Niente (Resilienza 74). Dobbiamo aspettarci un album rock prossimamente? C'è qualcosa che sta preparando?
«Mio figlio Giorgio Merk scrive molto bene, qul brano è veramente bellissimo. Per il nuovo album, ci stiamo lavorando insieme. Ora dipende anche da trovare la casa discografica giusta. Oggi ci sono solo tre grandi etichette: Warner, Sony e Universal. Si dividono tutto e non si preoccupano più della crescita dell'artista, come accadeva una volta. Oggi l'importante è fare canzoncine che funzionano, ma io non voglio tornare a fare canzoni come Sul cucuzzolo o senza significato. Voglio sentirmi felice quando canto. Ho fatto la mia carriera, ora voglio fare solo ciò che mi appassiona o che sorprende».
Cosa succederà dopo questo tour di presentazione del libro?
«Sto preparando dei live. Il 5 maggio sarò al Teatro Manzoni di Milano, e l'11 maggio al Teatro Colosseo di Torino. Questi live si intitolano "Con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro", una frase presa dalla canzone A muso duro di Pierangelo Bertoli, che suo figlio mi ha permesso di usare. Durante i concerti, ripercorro i miei successi, ma non mi fermo solo a quello. Cerco di sorprendere il pubblico con brani inaspettati, anche da "Gemma e le altre". E, ovviamente, ci sono momenti in cui facciamo un salto indietro nel tempo e tutti cantano insieme a me. Ma voglio mostrare anche la Rita di oggi, altrimenti non avrebbe senso tutto il lavoro che ho fatto fino ad ora».
Lei è ancora giovanissima…
«Dentro mi sento giovane, ma poi, quando passo davanti allo specchio, mi rendo conto che il tempo passa per tutti. Ma che importa? La vita è fatta così».
Ritornando al libro, Il sottotitolo del libro è Donne ferme, donne che camminano. Come è arrivata a questa categorizzazione?
«Le donne ferme sono quelle che non hanno il coraggio di dire "questa relazione non funziona, ci soffro, vorrei staccarmi da questa situazione". Sono donne spossate, come lo champagne che ha perso le bollicine. Le donne che camminano, invece, sono quelle che dicono "vado avanti, me ne frego, prendo un’altra strada". Hanno la capacità di non essere succubi dell'amore o dell’interesse altrui. Sono donne che riescono a trovare una forza interiore e a prendere una decisione che, forse, prima non avrebbero avuto il coraggio di fare. Credo che nella vita si debbano accettare alcune cose, ma non tutte. Un matrimonio è bello quando due persone si amano e condividono gli stessi sentimenti. Se, però, dall’altra parte trovi un muro, devi essere in grado di lasciarlo andare e costruire una nuova parete per te stessa».  

Foto di Nicola Garofano
Ha parlato della differenziazione tra donne ferme e donne che camminano, concetti che sembrano legati all'amore. Quindi, il suo disco, e anche il suo libro, si possono considerare una riflessione sull'amore, "Sua Maestà l'Amore", come il titolo di un suo brano?
«Sì, proprio così, Sua Maestà l'amore. Avete mai pensato che, in fondo, abbiamo un qualcosa di misterioso, quasi un ectoplasma, che ci indica la persona che dovremmo amare, o che invece ci fa capire che quella persona non è quella giusta per noi? È l'amore che ci porta alla stazione centrale, con un treno diretto, tranquillo, oppure ci fa fermare alla prima stazione perché realizziamo che quella persona con cui vorremmo stare non è quella giusta. Quando ho scritto il testo, pensavo proprio a questo: l'amore colpisce dritto al cuore senza fare rumore. Ti svegli una mattina, incontri qualcuno e pensi "questo è l'uomo per me" o "questa è la donna per me", ma non è detto che sia così. Come descrivere questo in un racconto? È difficile identificare qualcosa che, pur non avendo una forma definita, gioca un ruolo fondamentale nella nostra vita. C'è qualcuno che ti farà innamorare di una persona che magari non avresti mai scelto, ma che diventerà quella giusta o quella sbagliata, che sia. L'amore lo identifichiamo con la persona che amiamo, ma in realtà non è la persona stessa. È come un'entità che non conosciamo, che ci guida, che ci fa innamorare della persona giusta o sbagliata che sia».
La protagonista di "Amore a Metà" è consapevole di vivere una relazione con un uomo che sembra comportarsi come un predatore. Come ha interpretato questa dinamica?
«Elena, nel mio immaginario, è quella che canta "Amore a Metà". Nella canzone, lei dice: "Mi sento come un cane al guinzaglio, ma non posso fare a meno di te, perché con te sto bene. Se tu mi mancassi, mi mancherei. Ti amo come si ama Dio". Questo esprime una partecipazione profonda. Ho cercato di costruire una storia che si legasse a queste parole. Il testo dice: “Mi sei stato infedele fin dal primo istante, ma ti amavo ugualmente. Le mie amiche erano insipide e brutte ma dopo tre mesi te le eri fatte già tutte.” Qui si parla chiaramente di un uomo che non ha scrupoli, un "predatore", e lei scoprirà che ha una seconda vita. Lui la ama, ma le manca qualcosa, e lei si sente responsabile di questo vuoto. Forse lui la ama davvero, ma ha bisogno di esperienze più complicate. Lei, invece, non riesce a staccarsi, pur sapendo che tornerà da lui, anche quando lo odia, quando lo vede con il rossetto di un'altra. Racconto questa storia così come mi è stata raccontata, perché il disco nasce da esperienze simili. Lei stessa arriva a dirsi: "Mi odio, ma so che lui mi ama." È convinta che lui la rispetti, e forse è così, ma è difficile accettarlo. Il testo conclude con: “Il mio caso non ha soluzione, io il tuo cane, tu il mio padrone. Mi arrendo all'evidenza che questo amore nasce dalla sofferenza.” Ho cercato di trasporre tutto questo in uno dei personaggi della canzone».
Iris è una fotografa Boudoir, mentre Giada sembra cercare un "mercenario d'amore". Come descrivereste questi due personaggi?
«Iris è una donna forte, una fotografa specializzata in fotografie Boudoir, quei ritratti sensuali che una donna regala prima di sposarsi. Non sono mai esplicitamente nudi, ma c'è una sensualità che traspare chiaramente. La gente pensa che Iris non abbia mai avuto una storia, ma in realtà ha un bel carattere e una storia personale. Sa che c'è una persona, il suo capo, che ha una cotta per lei, ma decide di lasciarlo "cuocere" a fuoco lento, aspettando che accada qualcosa. Lei dice: "Se deve accadere, accadrà." È un momento bello, quando arriva, e quando lui le offre delle opzioni, lei risponde: "Accetterei la seconda."  
Giada, invece, è tutta un'altra storia. È una donna in cerca di rivalsa. Nella canzone, dice: "Ho una voglia matta di darmi a chiunque, so che il morale è basso e senza poesia, perché l'uomo con cui divido il letto mi strizza il cuore ma non mi dà affetto." Giada cerca un "mercenario d'amore" per non illudersi, perché sa che non si innamorerà, ma che almeno avrà un momento di felicità. La sua è una reazione a una relazione che non la soddisfa, Giada è una "pietra dura" e non si lascia ingannare».


Gemma è un personaggio che si nasconde molto, ma rappresenta anche il titolo dell'intero album. Da chi o cosa è ispirata questa canzone di una donna che ama un'altra donna?
«Tempo fa, in una giornata piovosa, credo fosse il 1971, vidi un film in bianco e nero che pensavo fosse degli anni Cinquanta. Il film mi colpì per la regia di William Wyler, noto per "Ben-Hur" e "Funny Girl", e per il cast, che includeva Audrey Hepburn e Shirley MacLaine. Il titolo era Quelle due. Raccontava la storia di due insegnanti che gestivano un collegio di ragazze ricche. All’improvviso, una ragazza, punita per qualcosa, inventa una calunnia, dicendo che le due insegnanti non sono solo amiche, ma c'è molto di più. La storia si ispira a un libro di Lillian Hellman del 1936, e potete immaginare che effetto avesse all’epoca. La voce si diffonde e, alla fine, tutte le famiglie ritirano le loro figlie dal collegio, che rimane vuoto. C'è un incontro tra le due insegnanti, e Audrey Hepburn dice che la ragazza non ha mentito del tutto, anche se poi smentisce tutto, perché in realtà, lei amava davvero l'altra. Questa storia mi ha molto colpita e ho deciso di raccontarla a modo mio, con un finale diverso, ma comunque drammatico.  
Gemma è un personaggio che definisco “un sussurro nel vento”, una persona che non cerca di farsi notare in modo sguaiato. La sua sessualità e sensualità sono qualcosa di intimo, da custodire dentro di sé. Gemma mi ha toccata profondamente, perché rappresenta quanto può far male amare qualcuno che la società decide di non approvare. Se amo un cane, sono fatti miei, giusto? La vita è un'opportunità unica, come diceva Bobby Darin: “Life is a shot, you don’t have any chance”. Se siamo felici, dobbiamo esserlo per noi stessi, senza preoccuparci del giudizio degli altri, a patto di rispettare sempre l’altro. Se non capiranno, saranno affari loro».