A quattro anni dall’ultima partecipazione, Michele Bravi torna in gara al Festival di Sanremo 2026 con Prima o poi, un brano che scava con delicatezza nelle crepe dell’inadeguatezza e nella bellezza fragile dello stare al mondo. Un ritorno che per il cantautore umbro ha il sapore di una casa ritrovata: «Questo per me è un Sanremo a conduzione familiare», racconta nella conferenza stampa della mattina della serata delle cover. «Ho voluto accanto solo persone che mi appartengono nella vita, non solo artisticamente».
Il riferimento è al duetto con Fiorella Mannoia, con cui Bravi omaggia Ornella Vanoni interpretando Domani è un altro giorno. Un incontro che affonda le radici nell’infanzia: «Il primo concerto della mia vita fu proprio di Fiorella. Ero a Perugia con mia madre, la guardavo cantare Lunaspina e pensavo: “Io voglio saper fare quella cosa lì”». Una traiettoria che oggi si chiude simbolicamente sul palco dell’Ariston: «Io e Fiorella ci siamo ritrovati perfino a guardare insieme Sanremo dal Brasile lo scorso anno. Quando ho mandato la canzone a Carlo le ho scritto subito: se mi prendono, a febbraio sei impegnata. Lei ha mantenuto la promessa».
La poetica della goffaggine
Prima o poi, scritto con Rondine e Gianmarco Grande e prodotto con Carlo Di Francesco, è costruito su un equilibrio instabile tra brit-pop e respiro sinfonico. Un linguaggio musicale che accompagna un immaginario volutamente anti-romantico: «È una canzone sulla goffaggine», spiega Bravi. «Siamo abituati all’aspettativa cinematografica delle emozioni: quando vieni lasciato dovresti essere sul divano con la lacrima perfetta. In realtà è tutto più miserabile, più storto. Ed è proprio quella verità imperfetta che volevo raccontare».
Anche l’immagine del disordine domestico evocata nel testo nasce da un’autobiografia senza filtri: «Sono un disastro con la casa. Dico sempre che nel mio disordine trovo ordine, ma è una scusa per non fare niente. Però quel caos mi serviva per parlare dello scarto tra ciò che immaginiamo e ciò che viviamo davvero».
Un Sanremo rilassato (senza gossip)
Sul clima della kermesse diretta da Carlo Conti, Bravi sorride: «Io sono timido, sto sempre nell’angolino. Ma i festival di Carlo sono rilassati, lui non l’ho mai visto agitato. Sto chiedendo gossip a chiunque ma quest’anno non succede niente: nessuno che si sia preso a schiaffi, niente drammi… mancano due sere però, è un attimo che».
Nel frattempo arrivano a Sanremo anche i genitori, per la prima volta: «La mia chat di famiglia si chiama “Tutti bravi con il culo degli altri”. Sono emozionatissimi, li ho voluti qui perché questo Sanremo è davvero condiviso».
L’arte, la cura e l’eredità familiare
La dimensione “familiare” attraversa anche l’impegno sociale. Bravi è vicino alla Fondazione Maria Letizia Verga, che sostiene bambini e adolescenti colpiti da leucemie: «Vengo da una famiglia di medici, mio padre è oncologo. Quelle realtà le conosco bene. La musica per me è solo una scusa per dare risonanza a qualcosa di umano». E aggiunge: «Quando incontri questi ragazzi capisci che il sistema valoriale è molto più semplice di quanto crediamo. Se qualcuno può sostenere quella fondazione, aiuta davvero le famiglie».
Il legame con l’arte visiva è altrettanto radicato: cresciuto a Città di Castello, terra di Alberto Burri, Bravi collabora oggi con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo: «Sono cresciuto davanti alle opere di Burri. Entrare in quella famiglia culturale è stato naturale».
La visione cinematografica: il videoclip di Ilenia Pastorelli
A completare l’estetica rétro-cinematografica di Prima o poi è il videoclip diretto da Ilenia Pastorelli, al suo debutto dietro la macchina da presa: «Ha una visione incredibile. Le ho chiesto di tradurre la canzone senza partire da me, ma dal suo immaginario. Spero che questo video sia per lei un battesimo del fuoco: ha soggetti meravigliosi che dovrebbe portare al cinema».
Il “retroscena” della foto del vincitore
Tra ironia e autoironia, Bravi ha raccontato anche il dietro le quinte più curioso del Festival: la tradizione di scattare in anticipo la foto col trofeo. «Ho fatto la foto col pezzetto di legno, per scaramanzia», ride. «È la terza volta che la faccio e non è mai servita: continuerò la tradizione». Un rituale organizzativo, spiega, necessario per pubblicare subito l’immagine del vincitore nella notte finale.

Comunità LGBTQIA+ e memoria: da Umberto Bindi a oggi
«Volente o nolente, io faccio parte di questa comunità e mi sono sempre esposto con molta naturalezza, anche perché, volendo, non potrei nasconderlo. Vengo da una famiglia in cui mi è stata insegnata fin da subito una grande libertà dell’essere: capirsi, indagarsi, esprimersi. Così, quando mi sono ritrovato davanti al pubblico con le mie canzoni e con quello che voleva essere il mio lavoro, in qualche modo sono diventato inevitabilmente anche portatore di un messaggio. Non perché me lo sia attribuito da solo, ma perché questa cosa accade, semplicemente.
È anche qualcosa su cui, quando posso, cerco di fare leva, perché a volte ce ne dimentichiamo. E proprio qui a Sanremo lo racconto spesso: per me è una scala molto illuminata. Umberto Bindi fu praticamente allontanato dalla scena musicale, non si sa quanto lui stesso giocasse con il pubblico, dato il suo carattere ironico e malizioso, anche per via di un anello al mignolo, che lo marchiò per tutta la carriera.
Io oggi porto un anello al mignolo e posso fare questo lavoro. Questo perché artisti come Bindi ci hanno lasciato tantissimo, ma non quanto avrebbero potuto, se fossero stati liberi di esprimersi pienamente. E allora, se un mio messaggio può arrivare a un “Umberto Bindi” di domani, che possa cantare tutto quello che ha da cantare, lo faccio volentieri».
Verso il nuovo disco e la “Commedia musicale”
Dopo Sanremo arriverà un nuovo album, già consegnato, pensato come base di uno spettacolo teatrale: «Il disco è quasi una scusa, la centralità è lo spettacolo». Il progetto, intitolato Commedia musicale, debutterà a il 22 maggio a Milano e il 24 maggio a Roma: «C’è un momento dedicato proprio alla goffaggine, che è il cuore di tutto».
In Prima o poi, e in questo Sanremo costruito come una casa, Michele Bravi sembra aver trovato una misura rara: quella di un’intimità condivisa, dove fragilità e bellezza convivono senza trucco. Imperfette, e proprio per questo vere.