Undici volte all’Ariston, sessant’anni di carriera, un nuovo album in arrivo e la sensazione, chiarissima, che certe artiste non passino mai: restano. Come simboli, come miraggi, come specchi. A Sanremo 2026 Patty Pravo torna con Opera, brano manifesto che anticipa l’omonimo ventinovesimo album in uscita il 6 marzo e inaugura un anno di celebrazioni tra musei e teatri. Non nostalgia, ma presenza. Non revival, ma visione.
Sul palco dell’Ariston la cantante veneziana si presenta come sempre: irriducibile alle categorie, distante dal tempo lineare. Opera è una dichiarazione identitaria: un inno all’esistenza come creazione continua, dove sogno ed esperienza si intrecciano e la vita diventa arte totale. Il verso “Cantami ancora il presente” è quasi un testamento poetico: vivere adesso, senza giudizio, senza rimpianto. E infatti la Musa si autodefinisce così: colore tagliente, figura notturna, eterna protagonista del proprio mito.
Il brano, scritto da Giovanni Caccamo e diretto all’Ariston dal maestro Valter Sivilotti, è costruito come una piccola epica contemporanea: solenne ma intima, lirica ma accessibile. Non una canzone sanremese “classica”, ma una soglia. E in fondo Patty Pravo a Sanremo è sempre stata questo: un’apparizione che sposta l’asse del festival verso territori più visionari.
La serata delle cover (27 febbraio) sarà invece un gesto di memoria affettiva: omaggio all’amica Ornella Vanoni con “Ti lascio una canzone”, accompagnata dal primo ballerino della Scala Timofej Andrijashenko. Un incontro tra voce e corpo, tra canzone d’autore e danza, quasi a ribadire che l’arte, per lei, è sempre contaminazione.
Se il singolo è manifesto, il disco è labirinto emotivo. Prodotto da Taketo Gohara, Opera raccoglie undici brani firmati da autori tra loro distantissimi: da Giuliano Sangiorgi a Morgan, da Raphael Gualazzi a Francesco Bianconi, fino alla scrittura condivisa di La Rappresentante di Lista. Una costellazione di sensibilità cucita addosso a una voce che attraversa generazioni senza appartenerne a nessuna.
Il filo rosso è l’amore, ma visto da un punto di osservazione disincantato, quasi filosofico. C’è la fine (“Noi due”, “Maledetta verità”), l’egoismo (“Oggi piove”), la rivendicazione (“L’amore impertinente”), la resa lucida (“Ho provato tutto”), fino alla leggerezza retrò di “Ratatan”, dove riemerge la ragazza beat che negli anni ’60 apriva i concerti dei Who. Il disco si chiude con “L’Isola”, domanda aperta: esiste un luogo felice per il cuore? Patty non risponde. Evoca.
In questo senso Opera è davvero ciò che il titolo promette: non una raccolta di canzoni, ma una drammaturgia sentimentale. Un’enciclopedia emotiva scritta in prima persona da chi, come lei, ha fatto della propria vita un’opera performativa continua.
La celebrazione dei sessant’anni non si limiterà al palco. Dal 25 marzo Patty Pravo presenterà l’album nei musei italiani, da Milano a Napoli, in dialogo con Giovanni Caccamo, unendo musica, arti visive e racconto. Un gesto coerente con la sua storia: portare la canzone fuori dai circuiti convenzionali, dentro luoghi di contemplazione. Come dire: ascoltare è guardare.
Dall’8 aprile partirà invece l’Opera Tour nei principali teatri, perché la dimensione scenica resta il suo habitat naturale. Patty Pravo non interpreta: abita. Non canta: incarna.

Sessant’anni dopo Ragazzo triste, la traiettoria è intatta: stessa curiosità, stessa irregolarità, stesso rifiuto delle definizioni. A Sanremo 2026 Patty Pravo non torna per celebrare il passato, ma per riaffermare un’idea radicale: che l’arte, come la vita, sia un eterno presente.
E mentre tutto corre, streamma, scompare, lei resta lì. Musa, opera, enigma. Viva.
