Natale in casa Cupiello: Eduardo rinasce tra pupazzi e disincanto

- di

Natale in casa Cupiello: Eduardo rinasce tra pupazzi e disincanto

Al Teatro San Ferdinando di Napoli fino a domani 11 gennaio è in scena Natale in casa Cupiello spettacolo per attore cum figuris, per la regia di Lello Serao con Luca Saccoia e sette pupazzi, ideati da Tiziano Fario e animati da Salvatore Bertone, Paola Maria Cacace, Simone Di Meglio, Angela Dionisia Severino e Irene Vecchia.
Tre atti, tre quadri, tre personificazioni diverse, un unico filo rosso: l'inestricabile, comica e tragica umanità dei Cupiello. Quella famiglia disfunzionale ante litteram che Eduardo, con intuito feroce, aveva messo a nudo 95 anni fa, nel 1931, eppure ancora in sorprendente forma. Da quasi un secolo la commedia eduardiana non smette di rinverdire emozioni, ricordi e ferite domestiche. La regia di Lello Serao è straordinariamente superba, la tradizione viene ribaltata, ma senza sacrilegio, con il rispetto di chi sa che si può raccontare Eduardo anche cambiando i colori e la prospettiva, non dissacra l'opera, le rende omaggio offrendo una chiave di lettura diversa, mantenendo identica la potenza emotiva. Anzi, aggiunge anche qualcosa di prezioso: permette ai bambini, e non solo, di avvicinarsi al teatro e al canone eduardiano attraverso pupazzi e figure animate. È una via d'accesso popolare, quasi pedagogica, senza mai cadere nel didascalico.


Tre atti, tre incarnazioni, tre prospettive che dialogano tra loro. Nel primo atto la scena è dominata da un lettino centrale, uno solo, stretto, quasi infantile, dove dorme Tommasino, 'o Nennillo. L'intero fondale è occupato da un grande telo illustrato, che restituisce in forma grafica gli elementi narrativi primari del quadro d'apertura: il cappotto, le cinque lire, il letto, le finestrelle. Ed è proprio da quelle finestrelle che, sollevando piccole tendine, affiorano Concetta, Pasquale, Ninuccia e Nicolino, come presenze familiari rievocate dal sonno.
Il sogno di Tommasino riattiva e rimescola tutto il primo atto della commedia. Luca Saccoia non interpreta Tommasino come un bambino, ma come un adulto, depositario di un presepe che diventa memoria liquida, rito domestico, archivio emotivo… La drammaturgia si apre con una domanda che aleggia come un fantasma: che fine ha fatto 'o Nennillo dopo la morte del padre? Qui lo ritroviamo mastro presepaio, immerso nel suo laboratorio: colla, sugheri, cartapesta e una vigilia che ritorna ossessivamente, come una cicatrice mai guarita.
I pupazzi non sono semplici figure: sono schegge di un'immaginazione febbrile, residui di una coscienza perturbata, personaggi smontati, maschere, busti, braccia, teste che oscillano. Il primo atto resta sospeso in una dimensione semi-onirica, un delirio dolce-amaro che tenta di rimettere insieme i pezzi sparsi della famiglia. È in questa soglia, a metà tra rievocazione e scomposizione, che il dispositivo di Lello Serao trova la sua maggiore incisività e la poesia.
Il secondo atto si sviluppa nella stanza da pranzo, ricostruita con un livello di dettaglio quasi museale. La vigilia prende corpo attraverso una coreografia di azioni quotidiane e un presepe come fulcro iconico, a metà tra reliquia domestica e idolo tragico.
Luca Saccoia offre qui una prova attoriale di notevole complessità: gestisce il passaggio vocale e timbrico tra i personaggi con precisione millimetrica, modulando accenti, tempi e intensità in modo tale da restituire a ciascuna figura animata una specifica individualità. L'interazione con i burattinai rafforza la partitura scenica: la manipolazione dei pupazzi e la vocalizzazione attorale costruiscono un unico dispositivo performativo, dove prossemica, ritmo e gesto si integrano senza frizioni. Il risultato è un meccanismo teatrale ad alta coesione: l'attore funge da matrice interpretativa, mentre i manovratori attivano il componente plastico, aumentando l'effetto diegetico e la resa dinamica del quadro. Una sequenza scenica di grande efficacia.
Infine, il terzo attosi colloca nuovamente nella camera da letto: è il segmento della resa. La personificazione dell'azione cambia registro; questa volta sono i manovratori a farsi portavoce dei pupazzi, attivando un dialogo serrato, quasi interminabile, che frammenta e moltiplica la scena vocale.
Il corpo-pupazzo di Luca Cupiello , accartocciato sotto il peso della disillusione, viene sollevato e affidato alle braccia di un angelo scenico collocato in posizione dominante, al centro e in quota. L'immagine, di forte impatto iconografico, suggerisce il percorso di progressiva erosione del personaggio.
Il tema prevalente è quello del disfacimento: ogni figura si muove in una dimensione di isolamento strutturale che non contempla ricomposizioni. La solitudine non è un punto d'arrivo, bensì una condizione originaria, quasi ontologica.


Luca Saccoia,  mattatore senza vanità, interpreta tutto il testo in napoletano, senza tradimenti e senza sconti. I passaggi tra comico, grottesco e tragico sono chirurgici, con una maestria che fa sembrare semplice ciò che è estremamente complesso. Non è un monologo: è un dialogo plurale tra attore, burattini, memoria, lingua e pubblico. Il ritmo è il vero regista occulto dello spettacolo: detta tempi, respiri, pause, anima i pupazzi e dirige il coro silenzioso degli oggetti.
Accanto, luci (Biondi/Di Lorenzo), musiche originali (Toller), costumi (Del Gaudio) e documentazione video (Mucci) costruiscono un impianto rigoroso, quasi da piccola opera poetica, senza sprechi e senza fioriture inutili. È uno spettacolo che nasce per durare, per parlare a pubblici diversi: ai napoletani che hanno Eduardo nel DNA, ai turisti che credevano di conoscerlo, ai ragazzi che lo scoprono per la prima volta e ai bambini che ridono quando i pupazzi inciampano e si commuovono quando Luca chiede: Te piace 'o presepe?
La risposta qui è tripla: sì per la tradizione, sì per la reinvenzione, sì per il futuro. Un Natale che rinasce, senza fare finta che la famiglia sia un luogo pacifico, ma proprio per questo ci somiglia ancora. E dunque, per dirla senza fronzoli, questa versione cum figuris non solo funziona, ma aggiunge uno strato nuovo al mito eduardiano. Lo rende ciclico, come il presepe. Come il teatro che si rinnova solo quando qualcuno ha il coraggio di guardarlo di sbieco.