Art al Teatro Nuovo di Napoli: anatomia di un’amicizia in tre attori straordinari

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Art al Teatro Nuovo di Napoli: anatomia di un’amicizia in tre attori straordinari

C'è un momento, a teatro, in cui smetti di essere spettatore e diventi testimone. Testimone di quella cosa rara, preziosa, quasi miracolosa che chiamiamo "grande recitazione". È quello che accade al Teatro Nuovo di Napoli con Art di Yasmina Reza, diretto e interpretato da Michele Riondino insieme a Michele Sinisi e Daniele Parisi, in scena fino a domenica 15 febbraio.
Vedere attori di questo livello ti fa capire cosa significhi davvero recitare: non è solo dire battute o muoversi su un palco. È incarnare conflitti, respirare pause, trasformare il silenzio in dramma e la risata in qualcosa che ti stringe la gola.
L'opera è significativa e divertente, un equilibrio raro che solo i grandi autori sanno raggiungere. La storia è nota: Serge compra un quadro completamente bianco per duecentomila euro. Marc, suo amico di lunga data, lo considera "una merda". Yvan, il terzo vertice di questo triangolo amicale, cerca disperatamente di mediare finendo travolto dal conflitto.
Ma Art non è una commedia sull'arte contemporanea. È una dissezione chirurgica dell'amicizia maschile, dell'ego, della paura del cambiamento, del bisogno disperato di essere compresi. Il quadro bianco è solo il pretesto, il detonatore che fa esplodere dinamiche sepolte da anni di silenzi e compromessi. Questa pièce è superba sotto ogni aspetto. È divertente, triste e toccante, con interpretazioni sensazionali da parte di tutti e tre gli attori, che si completano perfettamente a vicenda come strumenti in una sinfonia da camera.


Michele Riondino è bravissimo nel ruolo del dispregiativo e caustico Marc, che si sente tradito dall'evoluzione del suo migliore amico. Riondino costruisce un personaggio sfaccettato: arrogante ma vulnerabile, intellettuale ma provinciale, sicuro di sé eppure disperatamente bisognoso di approvazione. La sua risata tagliente, il suo sarcasmo velenoso nascondono la paura di chi vede sgretolarsi le certezze su cui aveva costruito i propri affetti.
Michele Sinisi interpreta il disinvolto e rilassato Serge con una leggerezza apparente che cela profondità insospettabili. Il suo è un dermatologo di successo che ha scoperto l'arte contemporanea e, con essa, una nuova identità sociale. Sinisi rende perfettamente l'ambiguità del personaggio: è davvero convinto del valore del quadro o sta solo cercando di appartenere a un mondo che lo faccia sentire qualcuno? La sua compostezza borghese si incrina progressivamente, rivelando la ferita dell'amico che si sente giudicato proprio da chi dovrebbe comprenderlo.
Daniele Parisi regala un Yvan straordinario, forse il personaggio più complesso e tragicomico del trio. Vulnerabile, ansioso, schiacciato tra una matrigna insopportabile e un matrimonio imminente che lo terrorizza, Yvan è l'eterno mediatore, il buffone che intrattiene ma che nessuno prende sul serio. Parisi costruisce un crescendo emotivo memorabile, dal monologo esilarante sulle beghe familiari all'esplosione finale in cui rivendica, tra le lacrime, il diritto di essere preso sul serio. È la sua disperazione a dare misura della posta in gioco: senza questi due amici, Yvan non è nessuno.
Dirigere e recitare contemporaneamente è una sfida titanica, ma Riondino dimostra piena padronanza di entrambi i ruoli. La regia è asciutta, essenziale, concentrata sulle dinamiche tra i personaggi. Il ritmo è serrato, le pause perfettamente calibrate. Riondino sa quando lasciare esplodere il conflitto e quando rallentare per far respirare il dramma. La scena della pulitura finale del quadro, un momento di sospensione quasi rituale, diventa metafora di riconciliazione e, insieme, di impossibilità di tornare indietro.
Yasmina Reza ci regala un testo che funziona su molteplici livelli. In superficie è una commedia brillante sui rapporti tra arte e denaro, tra gusto personale e conformismo sociale. Ma scavando appena sotto, emerge una riflessione dolorosa e necessaria su: L'amicizia come costruzione fragile: anni di confidenze possono crollare per un disaccordo su un quadro, perché quel disaccordo rivela divergenze più profonde su chi siamo e chi vogliamo essere.
Marc ha "plasmato" Serge, lo ha influenzato, lo ha fatto sentire intelligente e interessante. Quando Serge trova altre fonti di validazione, l'arte, gli ambienti colti, i Donzelli, i Da Milano e soprattutto l’urologo Alessandrini, Marc si sente tradito. Non dal quadro, ma dal fatto che la sua opinione non conti più. Serge sta evolvendo, sta cercando una nuova identità oltre quella che Marc gli aveva assegnato. Ma ogni cambiamento in una relazione è vissuto dall'altro come perdita, come abbandono. Non esiste un quadro oggettivamente bello o brutto, così come non esistono amicizie "giuste". Tutto è relativo al significato che noi attribuiamo alle cose. La domanda non è "il quadro vale duecentomila euro?" ma "cosa è disposto a sacrificare Serge per dimostrare la propria emancipazione?"


Il momento in cui Marc disegna un omino sul quadro bianco è il culmine drammatico dello spettacolo. Qui la bravura degli attori tocca vette altissime: la provocazione di Serge ("Avanti!"), l'orrore paralizzato di Yvan, la determinazione quasi autodistruttiva di Marc. E poi il silenzio.
Quel gesto contiene tutto: la rabbia, il desiderio di ferire, ma anche, forse, la speranza inconscia che Serge reagisca, che gli dimostri quanto tenga davvero a quel quadro o, meglio ancora, quanto tenga a lui. La risposta di Serge: "Adesso ho fame. Andiamo a cena", è un atto di resa o di suprema maturità? La genialità del testo sta nel lasciarci il dubbio.
La scena finale, con Serge che confessa alla platea di aver mentito (sapeva che il pennarello era lavabile), è un colpo di genio drammaturgico. La menzogna diventa atto d'amore: Serge ha preferito lasciare Marc nella convinzione di aver compiuto un gesto irreversibile, di aver messo in gioco qualcosa di reale. Perché l'amicizia, ci dice Reza, richiede anche diplomazia, piccole bugie, compromessi.
Art è uno di quei testi che andrebbero visti dal vivo almeno una volta nella vita. Non solo perché è brillante, divertente, intelligente. Ma perché è uno specchio spietato in cui riconosciamo noi stessi: le nostre insicurezze, il nostro bisogno di essere accettati, la nostra paura del cambiamento, la nostra incapacità di dire "ti voglio bene" senza passare attraverso il filtro dell'ironia.
E soprattutto perché vedere tre attori di questo livello, Riondino, Sinisi, Parisi, è una lezione di teatro. La precisione del gesto, l'intelligenza della pausa, la capacità di far ridere e commuovere nella stessa battuta. È questo il grande teatro: quello che ti fa dimenticare di essere a teatro.
Quando cala il sipario, esci con una domanda che ti ronza in testa: quanto siamo disposti a perdere di noi stessi per mantenere un'amicizia? E quanto degli altri siamo disposti ad accettare? La risposta, come il quadro di Serge, la vedete solo voi. E forse è diversa ogni volta che la guardate.