Le Pornoprecarie - Quelle di Onlyfals tra risate e rivoluzione
- di Nicola GarofanoFoto di Anna Camerlingo
Partita dal Teatro Minerva di Boscoreale la seconda parte del tour invernale dello spettacolo Le Pornoprecarie – Quelle di Onlyfals con Maria Bolignano, Nunzia Schiano, Yulyia Mayarchuk, Enza Barra, Alessio Sica e Chiara Di Girolamo.
Le Pornoprecarie non è una commedia “sul porno”. È una commedia sul potere, travestita da farsa, che usa l’eros come lente d’ingrandimento per guardare in faccia il grande convitato di pietra del nostro tempo: la precarietà, soprattutto quella femminile, soprattutto quando ha qualche ruga di troppo per essere considerata “spendibile”.
Il testo scritto da Maria Bolignano procede come una mitragliata comica: dialoghi sincopati, napoletanità usata come strumento politico prima ancora che linguistico, personaggi che sembrano macchiette e invece sono radiografie. Il riso arriva facile, ma resta sempre un mezzo, mai il fine. Qui si ride per non soccombere, come si faceva nei bassi, nei cortili, nelle cucine dove le donne hanno sempre trasformato la miseria in sopravvivenza creativa.
La drammaturgia è volutamente eccedente, caotica, stratificata. Non cerca la pulizia, cerca la verità del disordine. Il mondo di Onlyfals è un circo postmoderno dove convivono influencer, intelligenze artificiali, pornodivi in pensione, ex mariti fluidi, algoritmi che licenziano e uomini che scappano. È una giungla tragicomica in cui Mina, Rosaria e Katerina, splendidamente incarnate da Maria Bolignano, Nunzia Schiano e Yuliya Mayarchuk, non sono vittime, ma corpi pensanti che provano a rinegoziare il proprio posto nel mondo.
C’è poi anche la questione LGBTQIA+, affrontata con quella leggerezza intelligente che è cifra della grande comicità. Il dialogo surreale: “Ma quindi tuo marito è gay?”, “Non si dice gay, si dice Old Gender Fluid o Non Binary”, “Ma che lingua state parlando?”, fino all’iconico “Caterina spiega alla babbana”, diventa un gioco metateatrale che smaschera l’ignoranza senza mai scadere nella predica. La spiegazione di genere, identità fluida e non binaria è volutamente didascalica, reiterata, proprio per restituire lo spaesamento di chi ascolta e non vuole capire. Il colpo finale, “Mio marito Alfredo è fluido”. “Non ho capito”. “Fa nu poco ‘a ccà e nu poco ‘a llà!”, è una risata che arriva dritta allo stomaco, perché sotto la battuta c’è il cortocircuito culturale di un Paese che inciampa ancora sulle parole prima ancora che sui diritti.
È qui che esplode la grande comicità, quella fatta con intelligenza e ironia chirurgica, quella a cui Maria Bolignano ci ha abituati negli anni: una comicità che non semplifica, ma chiarisce; che non banalizza, ma scava. Nunzia Schiano, Rosaria la zia è travolgente nel dare corpo a una donna anziana pienamente viva, desiderante, sessuale. Il suo personaggio apre uno squarcio necessario sulla sessualità nella terza età femminile, ancora oggi trattata come un tabù imbarazzante, quando dovrebbe essere vissuta come qualcosa di naturale e semplice. Perché, contro ogni idea preconcetta, la sessualità non scompare con l’età: segue piuttosto un principio di continuità, per cui la vita sessuale in età avanzata è lo specchio di quella attraversata lungo l’intera esistenza. E riderne, con intelligenza, è forse il gesto più rivoluzionario di tutti.
Il cuore del testo sta qui: non nella provocazione facile, ma nella domanda che brucia sotto ogni battuta: chi decide il valore di una donna quando smette di essere giovane, moglie, produttiva secondo i parametri del mercato?
L’ingresso di Cioccola, una monumentale Enza Barra, è un colpo di teatro puro: un’esuberante pornodiva in prepensionamento, memoria vivente di un erotismo popolare, sboccato, ma mai innocente. Enza Barra conferisce al suo personaggio qualità feline che ne esaltano la potenza e la sensualità. Cioccola è la storia che ritorna, è il corpo che non chiede scusa, è la prova che la libertà sessuale senza coscienza è solo un’altra gabbia.
Geniale l’uso dell’intelligenza artificiale: non come gadget narrativo, ma come specchio deformante. L’algoritmo sostituisce il lavoro, il marito, l’amore, perfino il desiderio. E allora la carne, come viene ripetuto ossessivamente, diventa atto di resistenza. Non pornografia, ma presenza. Non esposizione, ma scelta.
La scrittura di Bolignano ha il coraggio di dire una cosa scomoda, senza indorare la pillola: l’emancipazione femminile non passa né dalla repressione né dalla mercificazione del corpo, ma dalla possibilità di autodeterminarsi, anche sbagliando, anche facendo ridere, anche facendo scandalo.
La regia (Bolignano e Fabiana Fazio) accompagna questo caos con intelligenza, lasciando che il testo respiri e inciampi, come la vita vera. Le scene di Carlo De Marino e Francesca Ravel e i costumi di Federica Calabrese costruiscono un universo kitsch, social, eccessivo, perfettamente coerente con una società che ha perso il senso della misura. Le musiche originali di Dadà funzionano come controcanto emotivo, mai decorative.
Le Pornoprecarie è uno spettacolo imperfetto, rumoroso, sbilenco. Ed è proprio per questo necessario. Fa ridere, sì. Ma soprattutto morde. In un mondo che vuole le donne sempre funzionali allo sguardo maschile, scegliere di guardarsi da sole è già un atto rivoluzionario.