La Rosalinda Sprint di Arturo Cirillo non chiede permesso.
- di Nicola GarofanoFino al 1 febbraio al Ridotto del Mercadante di Napoli lo spettacolo Scende giù per Toledo diretto e interpretato da Arturo Cirillo.
Dal romanzo breve di Giuseppe Patroni Griffi, Arturo Cirillo ricava un monologo densissimo, febbrile, in cui la lingua diventa corpo e il corpo diventa memoria. Rosalinda Sprint non è solo un personaggio, il travestito: è una condizione umana che prende voce, una creatura sospesa tra desiderio e disincanto, tra sogno e umiliazione, tra la fame d’amore e la violenza di un mondo che non sa accoglierla.
La scrittura di Patroni Griffi, musicale, irregolare, continuamente mobile tra prima e terza persona, trova in Cirillo un interprete di rara intelligenza scenica. L’attore non addomestica il testo, non lo rende “accettabile”: lo espone nella sua brutalità lirica, lasciando che il flusso verbale proceda come un tango disperato, fatto di scarti, ripetizioni, improvvise impennate emotive. Napoli non è sfondo ma destino: città metafisica, feroce e solidale, capace di generare mostri e miracoli nella stessa frase.
Dove attore e regista coincidono, Arturo Cirillo compie un’operazione di precisione rarissima: dirige sé stesso con una tranquillità solo apparente, che in scena diventa controllo assoluto del ritmo e della metamorfosi. Con una naturalezza quasi scioccante, Cirillo fa vivere una costellazione di personaggi attraverso minime variazioni vocali, timbriche, respiratorie, senza mai ricorrere all’effetto o alla caricatura. La voce si piega, si spezza, si rialza, seguendo fedelmente la struttura irregolare del testo e restituendo con limpidezza la complessità della narrazione di Scende giù per Toledo, dove la figura del narratore si frantuma e si ricompone continuamente. L’alternanza tra narrazione consueta, discorso indiretto libero e improvvise immersioni nella prima persona non è mai confusa, ma costruisce un flusso coerente e febbrile, capace di esprimere l’andamento magmatico del racconto. In questo continuo slittamento di piani, Cirillo non si limita a raccontare Rosalinda Sprint: ne incarna le contraddizioni, le ossessioni, le fughe immaginarie, trasformando la parola in gesto e il gesto in pensiero.
La scena ideata da Dario Gessati, saturata di colori e fantasie, diventa una prigione mentale e insieme un rifugio immaginifico. I costumi di Gianluca Falaschi oscillano sapientemente tra kitsch e struggimento, mentre le musiche originali di Francesco De Melis accompagnano il racconto come un battito interiore, mai illustrativo, sempre necessario. Le luci di Mauro Marasà scavano, isolano, accendono zone d’ombra che sono psicologiche prima ancora che visive.
In questo universo di sopraffazione e desiderio negato, Rosalinda conserva una forza irriducibile: quella di continuare ad amare, di continuare a immaginare un altrove. È lì che lo spettacolo trova la sua poesia più alta, senza proclami, senza retorica. Solo una voce che resiste. E che, proprio per questo, commuove.