Dall’amore alla solitudine: il viaggio intimo di Cristiano Godano in 'Stammi accanto’. Intervista
- di Nicola GarofanoDopo oltre 30 anni di carriera come leader dei Marlene Kuntz, Cristiano Godano torna alla musica solista con il suo nuovo album Stammi accanto, in uscita il 4 aprile per Al-Kemi Records, distribuito fisicamente da Warner Music e digitalmente da Fuga. Un disco ricco di riflessioni, tra vulnerabilità e speranza, che si avvale della collaborazione di Luca Rossi (Ustmamò) nella produzione e di un importante featuring con Samuele Bersani nel brano Dentro la ferita. Composto da otto brani inediti, Stammi accanto segna una nuova evoluzione nel percorso artistico di Godano, che mescola il suo linguaggio poetico e musicale a un suono elegante e profondo. Il disco sarà presentato in tour nei principali club italiani, accompagnato dai Guano Padano, superband composta da alcuni dei più prestigiosi musicisti della scena indipendente. In questa intervista, Godano ci parla del suo nuovo lavoro, della sua riflessione sull’amore, la solitudine e l'arte di vivere, ma anche delle sue esperienze di scrittura, registrazione e della sua visione critica del mondo contemporaneo.
Il verso "Tu stammi accanto perché se stiamo insieme posso tornare" sembra sottolineare l'importanza dell'altro per ritrovare sé stessi. Quanto è rilevante, secondo te, il concetto di "altro" nelle relazioni umane per dare senso alla vita?
«Stammi accanto è una canzone d’amore, ma si tratta di un amore sfinito, prossimo alla fine. Racconta le sensazioni che ho vissuto in quel contesto. L’immagine di stare accanto, infatti, ritorna anche in Ti parlerò. È qualcosa a cui tengo particolarmente. E forse oggi, in un mondo segnato da ansia e paura, il concetto di vicinanza assume un significato ancora più profondo. Il mondo non sta vivendo il suo momento migliore, la guerra è tornata nei discorsi quotidiani, e mi viene naturale pensare a una comunità di persone consapevoli di ciò che accade. La speranza, che emerge anche in Eppure so, diventa un augurio di resistenza contro l’angoscia».
Hai citato Eppure so che esplora la solitudine come una forma di libertà, ma anche come una condizione dolorosa e solenne. Può la solitudine facilitare a riconnettersi con sé stessi? E che cosa rappresenta per te la solitudine…
«Io sono un solitario per natura. Sto bene con me stesso e ho affinato le strategie per vivere questa condizione con soddisfazione. Tuttavia, non sono un misantropo né un eremita. In buona compagnia so essere anche leggero. A me piace pensare a Eppure so come una canzone di speranza; credo di aver scoperto l'importanza di questo valore. La speranza è l'unico modo per non rimanere annichiliti dalla paura. La canzone, per me, prima di tutto, rappresenta questo. Poi, indubbiamente, è anche la descrizione di un sogno a occhi aperti, un sogno che, sì, ho fatto sicuramente da solo, ero da solo».
Eppure so ha un peso poetico bellissimo che considero uno dei tuoi testi più interessanti, sia dal punto di vista poetico sia sonoro, grazie a una melodia così particolare e affascinante. Inoltre, osservando il tuo mondo lessicale, emergono parole come sogno, poesia, bellezza, che sembrano essere le chiavi con cui apri la serratura del tuo modo di stare al mondo...
«Non posso che concordare con la tua analisi. È davvero commovente e precisa, e riflette sicuramente la mia poetica. Tutto ciò che hai detto è in linea con il mio modo di scrivere. Me ne sono reso conto, però, solo dopo l'uscita del disco, quando ho deciso di intitolare la seconda canzone Nel respiro dell'aria, dimenticandomi che tempo addietro avevo scritto una canzone dal titolo Nuotando nell'aria. Non vorrei che qualcuno facesse dei collegamenti maliziosi, ma mi è sfuggita questa coincidenza. Comunque, questa proiezione nell'aria, un po' come le mie aspirazioni e i miei tentativi di fuga dalle contingenze, mi sembra un leitmotiv. Così come il sogno, la poesia e la bellezza, li vedo tutti insieme in un vagheggiamento che ha molto a che fare con l'estraneazione, con il desiderio di sganciarsi dalla realtà. Italo Calvino, nelle sue celebri lezioni sulla leggerezza, parlava proprio di questo desiderio dei poeti: sganciarsi dalle contingenze e librarsi in volo, un po' come i personaggi nei dipinti di Chagall, che sono trattenuti da qualcuno – un amico, un compagno, una compagna – che li tiene a terra per evitare che volino via. Personalmente, ho sempre detto di me stesso di essere un artista con la testa per aria, ma fortunatamente con i piedi per terra».
Nel tuo disco esplori diverse sfaccettature dell’amore, analizzando le dinamiche tra sé e l’altro. Oggi, secondo te, c'è una sorta di paura di amare completamente? L'amore sembra essere declinato in molti modi e, forse, è diventato una parola abusata. È ancora importante, secondo te, amare in modo totale?
«Probabilmente è sempre stato importante. L'amore è l'unico mistero che ancora mi affascina, nonostante il mio attuale disincanto pessimistico nei confronti dell'esistenza. Questi sono fatti miei, ovviamente, ma ho una sensazione molto razionale che mi impedisce slanci spirituali. Tuttavia, l'amore è quella frattura che mi impedisce di essere completamente sicuro nel mio pessimismo. C'è qualcosa di misterioso attorno all'amore. Lo dico perché, recentemente, gli algoritmi dei social mi hanno proposto per un periodo scene di natura che ho osservato con molta attenzione. Ho visto, per esempio, una tigre e un cane interagire con amore, nonostante non fossero della stessa specie. Ecco, c’è qualcosa di imperscrutabile per me, un mistero che mi restituisce la sensazione di sospensione, di un enigma irrisolto. Quindi, se sono così messo, immagina se potessi davvero dirti cos'è l'amore. Non lo so, ma è un sentimento ineludibile e, forse, necessario».
Il tuo disco precedente, Mi ero perso il cuore, è uscito cinque anni fa, proprio durante l'epoca del Covid, sebbene fosse stato progettato e registrato prima. Questo nuovo album, invece, sembra essere figlio di uno dei lockdown, ma con un'atmosfera che mi sembra più alleggerita rispetto al precedente. Com’è nato questo cambiamento nel tuo stato d'animo e nel tuo approccio musicale?
«Sicuramente i due dischi sono quasi coevi, anche se Mi ero perso il cuore è uscito nel 2019, proprio prima dell’esplosione del Covid. Le canzoni di quel disco sono state scritte dopo la prima, difficilissima estate, quando siamo tornati a suonare con le restrizioni. Subito dopo, quando il Covid è tornato a farsi sentire, ho iniziato a scrivere le canzoni del nuovo album. Mi sono reso conto, in retrospettiva, che sono nate quando stava per essere scoperto il vaccino e l’umanità cominciava a intravedere una speranza. C’era il desiderio di uscire da quell'incubo e, quindi, queste canzoni sono meno cupe. La cupezza di Mi ero perso il cuore è un po’ mitigata, e per certi versi mi piace pensare che ci sia una sorta di evoluzione tra i due dischi. C’è ancora intimità, vulnerabilità e riflessione, ma con un’attitudine diversa. Perché? Perché, come tutta l’umanità, cercavo di uscire da questa situazione e avevo bisogno di creare. Sono stato uno degli artisti che ha vissuto il Covid come una sospensione totale, senza riuscire a sfruttare il tempo che avevo a disposizione. A un certo punto, però, sentivo il bisogno di superarlo, e queste canzoni sono il frutto di questo desiderio. Non sono direttamente connesse con il Covid, che non ha avuto alcuna influenza sull'ispirazione, ma solo sul contesto temporale in cui sono nate. C’è anche una pulizia di suono diversa; le mie influenze mentali avevano bisogno di allinearsi con i miei desideri. Sono felice che questa evoluzione sia stata notata, mantenendo comunque il collegamento fra i due dischi».
Tutto ciò contribuisce a rendere il disco, come tu stesso dici, senza tempo, ben lontano dalle piacionerie del momento. Immagino che oggi, quando un artista come te libera un lavoro di questo tipo, il prezzo emotivo che paga, ciò che ti tormenta emotivamente, sia ancora più alto. Come ti senti nel momento in cui il disco viene condiviso con il pubblico?
«Spero di condividere i miei tormenti con gli altri in modo sinergico e utile. Starmi accanto può essere un'altra immagine che possiamo usare per parlare di questo. Stiamoci accanto, non abbiamo timore delle nostre vulnerabilità, e insieme troveremo i motivi della ripartenza. Quindi, condivido sicuramente l’impatto emotivo volentieri con gli altri. So bene che, come ogni disco, il mio o dei Marlene, andrà incontro a chi non lo capirà e penserà che sia troppo molle, troppo rasserenato. Però, non riesco a non portare a termine le mie canzoni come le immagino, senza quegli artifici. Le piacionerie è una parola molto appropriata, e questo è un disco senza tempo anche in questo senso. Gli arrangiamenti prediligono la musica, è tutto suonato, non c’è alcun ammiccamento particolare se non l’idea di aver fatto della buona musica. Non vedo l’ora di suonarla dal vivo. Ho fatto recentemente le prove con i Guano Padano, finalmente posso portare i miei pezzi in tour con una band. I Guano Padano mi hanno dato la sensazione di riuscire finalmente a coronare questo sogno. C’è una magnifica aderenza con le mie aspirazioni e i miei desideri. Il sound è avvolgente, è quello di cui avevo bisogno, e non vedo l’ora di condividere queste emozioni così complete. Prima, infatti, ho sempre portato i miei pezzi solisti da solo, solo chitarra e voce, che è una cosa bellissima perché mi dava la sensazione che il songwriting stesse in piedi da solo, ma i dischi sono sempre stati suonati con una band. E ora eccoci qui, finalmente».
Le registrazioni di questo album sono state fatte sull'Appennino tosco-emiliano, nello studio degli Üstmamò. In che modo l’ambiente circostante, sia umano sia naturale, ha influito sul risultato finale dell’album. Inoltre, parlando del suono, l’hai definito elegante e al contempo leggero. Hai fatto una ricerca sonora in questo senso? Come si è sviluppata questa ricerca?
«Più che l’esito di una ricerca sonora, questo suono è il frutto della mia personale maturazione, che ho potuto condividere con Luca Rossi, un musicista di grande sensibilità. Questo ci ha portato a suonare in modo molto semplice. Il disco, le canzoni, sono il risultato del suonare insieme, di mescolare le nostre sensibilità e di dare valore al songwriting di queste canzoni, che io gli ho presentato nella loro essenza più nuda: chitarra e voce, e basta. Poi, insieme, le abbiamo arricchite. Riguardo al resto della tua domanda, curiosamente mi viene da sottolineare che con questo disco ho anticipato un'esperienza che poi ho vissuto con i Marlene nelle tre residenze durante la realizzazione di Karma Clima. Sono state un elemento fondamentale nella narrazione del nostro disco, come abbiamo raccontato a tutti voi. Quindi, ero già reduce da un’esperienza simile. Questo disco, appunto, è stato registrato in un luogo straordinario, nell'Appennino tosco-emiliano, dove vivono Luca Rossi, Giovvani Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, che provengono dai CCCP e dagli Üstmamò. Inoltre, non è irrilevante il fatto che il periodo fosse particolare, perché c’era ancora l'onda lunga del Covid. Si usciva con circospezione, forse c’erano ancora le mascherine, c’era ancora il timore di mescolarsi con gli altri. Io, in quel contesto, al mattino andavo a passeggiare da solo in questi luoghi. Ricordo il fiume che scorreva sotto il posto dove dormivo. Tutto questo non può non aver influenzato la nostra attitudine. Ovviamente, Luca conosce bene questi luoghi, perché ci vive, per me era un’esperienza nuova e importante, che si è riversata nel modo in cui abbiamo suonato, senza dubbio».
Nel testo Dentro la ferita, il dolore sembra essere non solo un'esperienza da superare, ma anche un elemento da abitare e comprendere. Pensi che la canzone suggerisca che la sofferenza possa essere un motore di crescita personale o, al contrario, una dimensione di rassegnazione? E in che modo il dialogo tra la tua voce e quella di Samuele Bersani amplifica questa riflessione?
«Secondo me, ci sono entrambe le dimensioni: da un lato c'è il timore della rassegnazione, dall'altro c'è il desiderio di rendere fruttuosa, e quindi formativa, l'esperienza del confronto con il dolore. La canzone ruota attorno al tema dell'ansia, e viene raccontato il modo che ho utilizzato per gestire questo confronto. Il ritornello dice “sono ancora qua a scrostare l'ansia”, il che implica che, in quel momento, l'operazione non era ancora del tutto riuscita. Però, se rifletto su quanto ho condiviso con il pubblico, posso dire che oggi fortunatamente il problema non mi riguarda più. Quello che ho raccontato, dunque, era legato a un periodo storico difficile, come quello della pandemia, che ha causato ansia in molti di noi. Ho cercato di narrare la mia esperienza personale e di condividerla con Samuele Bersani, il quale, a sua volta, ha trattato temi simili nelle sue canzoni in passato. Quando gli ho proposto di partecipare, la canzone era già pensata, concepita circa quattro anni fa. Recentemente, ho invitato Samuele a unirsi al progetto, e mi ha fatto piacere scoprire che gli è piaciuta molto. Penso che sia un fatto significativo, perché Samuele non è uno che appare in featuring a caso, ma solo quando qualcosa lo entusiasma. Questo mi ha particolarmente rallegrato, e considero il suo intervento un bel completamento della mia vocalità. Insieme, abbiamo affrontato il tema con sincerità e lucidità, conferendo così credibilità al nostro approccio, che pur essendo rischioso, credo sia stato comunque ben riuscito».
Nel tuo libro Il suono della rabbia, fai riferimento ad Amitav Ghosh sull’Antropocene e i suoi rischi, che scrivi di affrontare con “innervosita indignazione”. Quale brano del tuo nuovo disco senti più in sintonia con questa visione?
«Amitav Ghosh ci porta a riflettere sul riscaldamento climatico, ma devo dire che in questo disco non c’è nessun pezzo che tratti direttamente questo tema. Tuttavia, se devo interpretare un sentimento che si avvicina a questa visione, mi viene in mente istintivamente La fuga dei Marlene Kuntz, che evoca proprio l’idea di scappare, di allontanarsi dalle difficoltà, dalle contingenze quotidiane. E nel disco c’è un brano che mi sembra connesso a questo desiderio di estraneità è Cerco il nulla, che peraltro credo sia la mia canzone preferita del disco. Questa traccia parla del desiderio di fuggire, di cercare il nulla, addirittura di voler scomparire, e credo che esprima perfettamente la sensazione di voler staccarsi da tutto. Penso che sia uno dei brani che più rispecchia la domanda che mi hai fatto. Poi, ovviamente, questa è una risposta istintiva, magari fra dieci minuti, riflettendoci meglio, avrei scelto un altro pezzo, ma il bello della diretta è anche questo!».
Giocando con l’intelligenza artificiale sulle parole chiavi dei testi del nuovo disco, le più usate sono Vita, Mia, Noi e Nulla. Queste parole rappresentano davvero le chiavi di lettura del disco o quali sono le parole che rappresentano il disco?
«Intelligenza artificiale? Per ora cerco di starne lontano. Penso tutto il male possibile, pur riconoscendo il potenziale positivo che potrebbe avere. Se fosse stata utilizzata dalle forze del bene, Internet avrebbe potuto risolvere molti problemi dell'umanità, non tutti, ma sicuramente tanti. Però, non ho molta fiducia nel fatto che venga utilizzata nel modo giusto, quindi ne sono abbastanza intimorito. Per quanto riguarda le parole noi, mia, voi e simili, sono in effetti un po' le zeppe che noi musicisti siamo costretti a usare per riempire il verso e renderlo eufonico, funzionale al canto. Non mi soffermerei troppo su queste. Invece, vita e nulla sono parole molto più emblematiche. È interessante che, scegliendo la canzone Cerco il nulla, confermo in parte la tua ricerca, perché in quel momento mi attirava questa prospettiva. È interessante che per contro l’altra parola sia vita, c'è una dialettica evidentemente ineludibile fra il desiderio di vivere pienamente e la particolare frustrazione che mi può portare ad ammettere di cercare il nulla. Ma, comunque, non cederò mai all'intelligenza artificiale!».