Armando Testa, l’artista che trasformò la pubblicità in arte: la mostra “Cucù Tetè” a Siena
- di Nicola GarofanoFoto di Nicola Garofano - Caballero & Carmencita,1965 -Gesso e tecnica mista 25x11x11 cm - Courtesy of Gemma De Angelis Testa e Galleria Continua
Sorpresa, meraviglia, gioco: tre parole che abitano ogni opera di Armando Testa e che trovano nell'espressione giocosa Cucù Tetè, scelto come titolo della grande retrospettiva ospitata fino al 3 maggio 2026 nello storico Palazzo delle Papesse di Siena, la sintesi più fedele di un'intera poetica. Circa duecento opere tra manifesti, dipinti, installazioni, sculture, fotografie e materiali audiovisivi compongono il ritratto di un artista la cui genialità ha attraversato e ridefinito i confini tra pubblicità, arte visiva, cinema sperimentale e design.
Armando Testa (Torino 1917 – 1992) è stato, con ogni probabilità, il più importante comunicatore visivo italiano del Novecento. Eppure ridurlo alla categoria di "pubblicitario", per quanto eccelso, sarebbe quanto di più riduttivo si possa fare. La mostra senese, curata da Valentino Catricalà e da Gemma De Angelis Testa, moglie dell'artista e custode instancabile della sua memoria, vuole proprio questo: restituire a Testa la complessità che gli spetta, mostrandolo come artista totale, visionario e instancabile sperimentatore di linguaggi.
La retrospettiva si sviluppa sui diversi livelli del Palazzo delle Papesse, sfruttando la complessità architettonica dell’edificio per costruire un percorso immersivo. All’ingresso del palazzo ad accogliere i visitatori è Pippo, l’iconico ippopotamo blu, simbolo immediatamente riconoscibile dell’immaginario di Testa. È un ingresso quasi teatrale: come entrare nella memoria visiva di un’intera generazione.
Al primo piano: la “comfort zone” delle icone, dove si concentrano alcuni dei lavori più celebri, tra cui: i manifesti per Carpano, la grafica per Borsalino o il manifesto ufficiale delle Olimpiadi di Roma 1960. Accanto a queste immagini iconiche compaiono anche manifesti fluorescenti, studi preparatori e campagne industriali che raccontano il rapporto tra grafica e sviluppo economico nell’Italia del boom.
Il secondo piano riserva alcune delle esperienze più immersive dell'intera retrospettiva. Al centro, una nicchia interamente ricoperta da oltre 400 disegni: un flusso ininterrotto di forme che restituisce visivamente il processo creativo di Testa, la sua inesauribile necessità di disegnare. Non c'era giorno senza schizzi, prove, tentativi. Per lui l'atto del disegno non era un passatempo né uno strumento professionale: era una necessità vitale.
Installazione di disegni, 1959/1990 - Tecnica mista su carta- Courtesy of Gemma De Angelis Testa e Galleria Continua
Qui il visitatore incontra anche il Pianeta Papalla, ricostruito in scala per immergersi in uno dei mondi visionari che hanno contribuito a definire la sua genialità comunicativa. E poi la sala dedicata alla "carica degli elefanti" Pirelli (1954): uno dei suoi primissimi lavori grandi, già icona di Potenza, l'animale che si fonde con il pneumatico, natura e industria che si riconfigurano in un essere ibrido di rara forza plastica. Uno degli allestimenti più suggestivi è nel caveau del palazzo: uno spazio blindato, completamente buio, in cui appare la celebre Lampadina Limone (1968). Illuminata da un unico fascio di luce, l’opera diventa una metafora perfetta dell’intuizione creativa: un’idea semplice, naturale, quasi organica, capace però di produrre energia.
Lampadina Limone, 1968/2017 Tecnica mista 14x6,5x6 cm - Courtesy of Gemma De Angelis Testa e Galleria Continua
La domanda è retorica, ma non ovvia. La risposta che la mostra propone è radicale: la distinzione stessa è obsoleta, e Testa l'ha resa obsoleta decenni prima che critici e curatori trovassero le categorie per dirlo. Lo spiega con chiarezza il curatore Valentino Catricalà nel saggio del catalogo, sfidando apertamente la "visione classica" che relega Testa al ruolo di geniale creatore di immagini simpatiche:
Catricalà individua in Testa un anticipatore di quella condizione contemporanea in cui i confini tra arte, design e comunicazione si intrecciano e si rivisitano. Le collaborazioni tra Damien Hirst e Alexander McQueen, tra Louis Vuitton e Takashi Murakami, tra Dior e Daniel Arsham, che oggi non destano più meraviglia,— sono il presente di un modo di lavorare che Testa aveva già inaugurato negli anni Cinquanta. E non per calcolo strategico, ma per necessità interiore: la sua era una pratica di continua auto-generazione e riuso di sé stesso , un flusso creativo che trovava applicazione in ogni forma disponibile.
Pirelli, 1954 - Installazione Carica degli elefanti. Tempera su legno 125x115 - Collezione privata
Il critico Germano Celant, che con Testa condivise una lunga amicizia, aveva già notato nella sua opera una "fascinazione per il meraviglioso", per figure a metà tra uomo e animale, tra macchina e organismo, che "si muovono a metà tra i territori linguistici del realismo e dell'astrazione". Una postura che dialoga con il surrealismo, con il costruttivismo, con il Bauhaus, ma che non appartiene compiutamente a nessuno di questi linguaggi: è una sintesi personalissima, immediatamente riconoscibile, universalmente comprensibile.
Tra le testimonianze più toccanti raccolte nel volume edito da Sillabe c'è quella di Michelangelo Pistoletto, che con Testa condivise molto più di un'amicizia: all'inizio degli anni Cinquanta, per decisione della madre, il giovane Pistoletto si iscrisse alla scuola di pubblicità grafica che Testa era stato chiamato a dirigere in piazza Vittorio Veneto a Torino. Quell'incontro segnò profondamente la sua formazione artistica.
La lettura di Pistoletto è straordinariamente lucida: Testa non stava facendo pubblicità nel senso ordinario del termine. Stava costruendo icone, nel senso sacrale del termine, in un mondo che aveva spostato il suo culto dalle cattedrali ai cartelloni pubblicitari. E lo faceva con una consapevolezza che il suo humor elegante non offuscava, ma amplificava. «Il senso di humor era sempre parte dell'opera di Armando — scrive Pistoletto — e con esso è riuscito a demistificare, in pari modo, tanto la tragedia sacrificale contenuta nel segno della croce quanto il peso incombente della cultura consumistica».
Tra i documenti più preziosi dell'intera retrospettiva c'è un testo scritto da Testa stesso, Filosofia creativa, pubblicato nel luglio 1992, poche settimane dopo la sua morte, in cui l'artista racconta sé stesso con quella nitidezza e quella ironia che caratterizzavano ogni suo segno grafico: Quella curiosità non si spense mai. Testa racconta di aver vissuto "da vicino tutte le sperimentazioni dell'arte" mentre il mestiere di pubblicitario gli imponeva "le dure leggi del marketing e l'obbligo di comunicare in modo semplice e piacevole". La tensione tra questi due poli, la libertà dell'arte e il vincolo della comunicazione, è esattamente il campo magnetico in cui si genera la sua creatività: «Nei miei manifesti, nei miei messaggi pubblicitari ho sempre cercato la sintesi, l'impatto espressivo, invidiando talvolta alla cosiddetta arte pura proprio la possibilità di giocare sull'ambiguo, sul non definito».
La sua inquietudine era anche il suo metodo: «Sono costantemente inquieto, quello che mi piace oggi non so se mi piacerà ancora domani. Quando sono di cattivo umore, scarabocchio e il cattivo umore mi passa: la creatività è una cosa meravigliosa». Un'autodescrizione che rivela quanto per Testa il disegno fosse prima di tutto una pratica esistenziale, antecedente a qualsiasi committenza, a qualsiasi strategia.
Papalla, 1966 - Alluminio e gesso, diam. 13, alt. 14 cm - Intallazione 2010 - Dimensioni varie - Courtesy of Gemma De Angelis Testa e Galleria Continua
La co-curatrice e moglie dell'artista, Gemma De Angelis Testa, ha costruito questa mostra con l'intenzione dichiarata di mostrare Armando "con occhi nuovi", accostando al proprio sguardo, quello di chi ha vissuto accanto a lui, la lettura fresca e attuale di Valentino Catricalà. Il risultato è un ritratto a tutto tondo in cui le influenze (Mondrian, Mies van der Rohe, De Kooning, il Bauhaus, il Dadaismo, il Surrealismo, la Pop Art) convivono con le ossessioni personali: la croce, la sfera, il triangolo; le lettere e i numeri che si portava dietro dagli anni in tipografia; le dita, "l'autoritratto dell'uomo" secondo lui, fino a farle diventare tema di una sequenza performativa.
Gemma ricorda come Armando rifiutasse la pubblicità banale, quella del "lava più bianco" che "sfruttava l'ingenuità del pubblico", perché convinto che i pubblicitari avessero una responsabilità culturale ed etica: la pubblicità doveva essere testimonianza del proprio tempo e, insieme, educare, trasmettere arte. Una posizione straordinariamente moderna per gli anni in cui la formulava. Non a caso, mentre i suoi colleghi cercavano ispirazione nei supermercati, lui la trovava nei musei e nelle gallerie.
La sede della mostra è essa stessa un capolavoro. Il Palazzo delle Papesse, tra i più imponenti della Siena umanistica, fu commissionato nel 1460 da Caterina Piccolomini, sorella di Papa Pio II Enea Silvio Piccolomini. Il progetto è attribuito a Bernardo Rossellino, l'architetto di Pienza, ma anche ad Antonio Federighi e Urbano da Cortona.
Tra le sue mura soggiornò Galileo Galilei nel 1633, che dalla loggia osservò la Luna con il telescopio, scoprendo che il satellite non era perfetto né sferico, ma costellato di montagne e crateri. Dal giugno 2024 il palazzo è gestito da Opera Laboratori per scopi culturali e museali.
Gli ambienti espositivi, grandi stanze irregolari con pavimenti in legno, marmo o graniglia, stucchi e decorazioni delle volte, offrono un duplice percorso: alla mostra e al palazzo stesso. Al secondo piano una terrazza panoramica si apre sulle architetture medievali della città; al primo piano, scendendo nel caveau blindato in eredità dalla Banca d'Italia, si entra in un'atmosfera di oscurità e silenzio che è, di per sé, un'esperienza.
Piano terra: libreria, merchandising e bistrot accessibili. Accoglienza con Pippo l'ippopotamo blu.
Primo piano: la "comfort zone visiva" — Punt e Mes, Carpano, Borsalino, Olimpiadi di Roma. Sezioni su arte, industria e tecnologia. La pittura. Caballero e Carmencita su tubo catodico. Discesa nel caveau con la Lampadina Limone nel buio assoluto.
Secondo piano: la nicchia con 400+ disegni. Il Pianeta Papalla in scala. La "carica degli elefanti" Pirelli. La sala del corpo. Lettere, numeri, animali, cibo. In chiusura: il documentario Povero ma moderno (2009) di Pappi Corsicato, premiato alla 66ª Mostra del Cinema di Venezia.
A corredo della mostra, il volume edito da Sillabe raccoglie per la prima volta i testi dei maggiori studiosi che hanno scritto su Testa: da Gillo Dorfles a Germano Celant , da Jeffrey Deitch a Vincenzo De Bellis . Accanto ai saggi critici, testimonianze di artisti contemporanei, Michelangelo Pistoletto, Paola Pivi, Grazia Toderi, Haim Steinbach, restituiscono la misura di un'influenza che attraversa generazioni.
La testimonianza di Paola Pivi è particolarmente significativa: «Prima di tutto devo dire che mi sento allo specchio. Le immagini che mi scorrono davanti sono naturali, bellissime senza dubbio, ma familiari... un attimo, ma siamo simili?». Una confessione di riconoscimento che vale più di mille analisi formali. Così come il riferimento di Catricalà a Maurizio Cattelan e Francesco Vezzoli tra i debitori del linguaggio testiano: un quadro di influenze "ancora tutto da studiare", secondo il curatore, che ridisegna la mappa della cultura visiva italiana del secondo Novecento.
La mostra Armando Testa. Cucù Tetè non verrà prorogata oltre il 3 maggio 2026. Dal 22 maggio al 1° novembre 2026, il Palazzo delle Papesse ospiterà Abitare a Siena il Rinascimento, un percorso dedicato all'arte domestica tra Quattrocento e Cinquecento. L'esposizione, organizzata in collaborazione con la Fondazione Monte dei Paschi, la Banca Monte dei Paschi e il Museo Stibbert di Firenze, ricostruirà l'atmosfera delle case nobiliari dell'epoca attraverso cassoni istoriati, arredi lignei, tessili e suppellettili, restituendo la quotidianità delle famiglie senesi del Rinascimento.
Due mostre lontanissime per soggetto, adiacenti per spirito: entrambe esplorano il modo in cui la bellezza si fa forma quotidiana, entra nelle case e nelle strade, diventa parte del vivere comune. Un filo rosso che attraversa i secoli, e che il Palazzo delle Papesse, nella sua stratificazione di storie, sembra fatto apposta per contenere.