Quando il ragù diventa dramma: Eduardo secondo De Fusco al Bellini

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Quando il ragù diventa dramma: Eduardo secondo De Fusco al Bellini

Torna in scena, dopo oltre vent'anni di assenza dai palcoscenici italiani, il capolavoro eduardiano Sabato, domenica e lunedì, e lo fa con la forza silenziosa di chi non ha bisogno di annunciarsi: entra, si siede a tavola e ti conquista. Il nuovo allestimento firmato da Luca De Fusco, in scena al Teatro Bellini di Napoli fino all'8 marzo, è uno di quegli spettacoli che restituiscono fiducia nel teatro, nella sua capacità di parlare al presente senza tradire il passato.
De Fusco sceglie la strada della fedeltà, e fa bene. Niente video, niente musiche originali sovrapposte, niente riscritture registiche avventate. Come lui stesso dichiara, Eduardo va interpretato, non stravolto, alla stregua di Goldoni, di Mozart. E in questa sobrietà coraggiosa, in questo allestimento "chiaro", emerge tutta la modernità bruciante di un testo scritto nel 1959 che sembra fotografare il presente con inquietante precisione: l'incomunicabilità di coppia, la fragilità dei legami familiari, il non detto che avvelena lentamente come un ragù lasciato sobbollire troppo a lungo.
La cucina in primo piano, le ampie porte finestre che si aprono e si chiudono a seconda delle tensioni, la scena circolare disegnata da Marta Crisolini Malatesta, sobria, funzionale, elegante, tutto concorre a creare uno spazio che è al tempo stesso intimo e universale. Più che sul golfo di Napoli, come ha scritto qualcuno con acuta felicità critica, questo testo si affaccia su steppe cechoviane, dove il sentimento del ripiego e dell'amarezza attanaglia una piccola borghesia che avanza incerta sulla soglia del boom economico.


Ma è nel lavoro degli attori che questo allestimento trova la sua ragione più alta. E qui bisogna fermarsi, con la dovuta enfasi, su Claudio Di Palma.
La sua interpretazione di Peppino Priore è semplicemente straordinaria. Di Palma è un attore di rara grandezza, capace di abitare il personaggio con una profondità che non lascia scampo allo spettatore: non si può fare a meno di seguirlo, di temere la sua gelosia irrazionale, di commuoversi di fronte alla sua fragilità meschina e umana insieme. È bravissimo nel restituire le contraddizioni di un uomo che ama senza saper dire di amare, che soffre senza saper chiedere conforto. Ogni sua pausa, ogni sguardo in tralice, ogni esplosione d'ira trattenuta a stento racconta più di cento battute. È un Di Palma magistrale, tecnicamente ineccepibile e umanamente commovente, che dimostra ancora una volta perché sia uno degli interpreti più completi e affascinanti del teatro italiano contemporaneo. La sua Peppino non è un marito geloso da commedia: è un uomo intero, con tutte le sue miserie e la sua grandezza, e Di Palma lo sa restituire con una generosità attoriale che toglie il fiato.
Al suo fianco, Teresa Saponangelo è una Rosa di grande spessore e presenza scenica: incarna l'archetipo femminile che assorbe le tensioni e mantiene la coesione familiare con naturalezza ammirevole, senza mai cedere alla tentazione del facile sentimentalismo. Il dialogo tra i due protagonisti è elettrico, carico di quella tensione sotterranea che è il vero motore drammaturgico dell'opera.


Il resto della compagnia, quattordici attori in scena, si muove con coesione e precisione, contribuendo a costruire quell'affresco corale che è la cifra più autentica del teatro eduardiano: Pasquale Aprile (Roberto), Alessandro Balletta (Federico), Anita Bartolucci (Amelia Priore), Francesco Biscione (Antonio Piscopo, padre di Rosa), Paolo Cresta (Raffaele Priore, fratello di Peppino), Rossella De Martino (Virginia, cameriera), Renato De Simone (Attilio), Antonio Elia (Dottor Cefercola-Catiello, sarto), Maria Cristina Gionta (Elena), Gianluca Merolli (Rocco), Domenico Moccia (Michele), Alessandra Pacifico Griffini (Maria Carolina), Paolo Serra (Luigi Ianniello), Mersila Sokoli (Giulianella).

Sabato, domenica e lunedì lascia il teatro con un pensiero che non si riesce facilmente a scrollarsi di dosso: l'equilibrio familiare che Eduardo ha saputo ritrarre, con ironia, tenerezza e lucidità spietata, è un equilibrio che abbiamo perduto e che forse non abbiamo ancora ritrovato. De Fusco ce lo ricorda con rispetto e intelligenza. Di Palma ce lo fa sentire sulla pelle.